Serie B: disastro Bari, tutti colpevoli. Al via l’ennesima rivoluzione?

Un fallimento per il Bari sotto tutti i punti di vista: proprietà, ds e allenatore sul banco degli imputati. Ripartire non sarà semplice

Se qualcuno volesse mai scrivere la sceneggiatura di un film che riassuma quanto accaduto durante la stagione sportiva del Bari, non potrebbe non utilizzare la parola “fallimento”. Con il pareggio di Avellino i pugliesi hanno, di fatto, chiuso il proprio campionato con due giornate di anticipo. Peggior finale non poteva esserci: il Bari è fuori da tutto, e agli affranti sostenitori dei “galletti” non resta che prenderne atto e provare a pensare al futuro. Sarà ancora Serie B, per il settimo anno consecutivo.

Non sarà semplice rimettere insieme i cocci di una stagione finita come peggio non avrebbe potuto. Come è ovvio che sia, in una situazione del genere nessuno potrà esimersi dal salire sul banco degli imputati. Dal presidente al direttore sportivo, dall’allenatore ai giocatori, dallo staff sanitario fino all’ultimo dei magazzinieri, trovare qualcuno che sia esente da colpe risulta un’impresa titanica.

Eppure, l’annata calcistica era cominciata all’insegna della serenità. Dopo il “suicidio” dell’ex patron Gianluca Paparesta, e la conquista del trono della società di strada Torrebella da parte del molfettese Cosmo Giancaspro, a nessuno sarebbe mai venuto in mente di chiedere alla neonata società la Serie A al primo colpo. Un bilancio a un passo dal baratro, un nuovo proprietario che doveva occuparsi principalmente di risanarlo, le scadenze che incombevano: ci si avviava alla fine di giugno e c’era una squadra da mettere insieme, un direttore sportivo a cui affidare la costruzione della rosa e un allenatore che avrebbe avuto le chiavi della panchina biancorossa.

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Su quella panchina avrebbe poi trovato posto, scelto personalmente da Giancaspro, Roberto Stellone, l’uomo a cui sarebbe stato  affidato il famoso progetto triennale tanto sbandierato dal presidente per la risalita nella massima categoria. Una partenza a fari spenti insomma, anche perché al neo ds Sean Sogliano spettava un compito tutt’altro che semplice: quello di fare mercato partendo di fatto con un mese di ritardo rispetto alle concorrenti. Il ritiro cominciava, i giocatori arrivavano alla spicciolata, veniva messa su una rosa comunque di tutto rispetto. Ai nastri di partenza il Bari si presentava come una squadra che avrebbe dovuto affrontare un fisiologico anno di transizione, magari lottando per i playoff, ma costruendo al contempo insieme all’ex tecnico del Frosinone un progetto tattico credibile che la portasse a crescere, per poi attaccare seriamente la Serie A l’anno successivo. Ai risultati iniziali altalenanti, i tifosi hanno sempre risposto con il solito attaccamento: bisognava stare vicini alla squadra, sempre e comunque, sostenerla in quella che doveva essere una stagione di ricostruzione. Anche perché, nonostante alcuni errori da parte del mister, si intravedevano trame di gioco interessanti e i ragazzi uscivano sempre dal campo a testa alta.

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Nel frattempo però, l’amore mai realmente sbocciato tra allenatore e direttore sportivo giunge al capolinea: come un fulmine a ciel sereno, l’esonero di Stellone scuote un ambiente che accoglie la notizia con scetticismo. Come si può affidare un progetto tecnico a un allenatore giovane, e non lasciargli al contempo la possibilità di sbagliare? Com’è possibile che dopo appena 13 giornate debba già naufragare tutto?

Tante domande, una sola risposta: Stefano Colantuono. E’ il tecnico di Anzio l’uomo incaricato di raccogliere l’eredità di Roberto Stellone. Un romano vero con un curriculum di tutto rispetto, con alle spalle stagioni importanti sia in B che in A. Il messaggio lanciato da proprietà e ds diviene a questo punto chiaro: la voglia di aspettare non c’è più, puntare alla Serie A immediata è il nuovo, vero obiettivo. I primi risultati raccolti dal neo-mister dei biancorossi sembrano dare ragione al direttore sportivo Sogliano. La squadra è più “cattiva”, cresce la tenuta difensiva, aumenta esponenzialmente la media punti. Il Bari sembra diventare quella squadra che in B può dire la sua fino all’ultimo. Le ambizioni aumentano, e il mercato invernale certifica quella voglia matta di lottare fino all’ultimo per la Serie A: dieci cessioni, tra cui i giovani Scalera e Castrovilli, cui corrispondono dieci nuovi arrivi. Una vera e propria rivoluzione. In Puglia sbarcano, tra gli altri, Floro Flores, Galano, Parigini, Morleo, Raicevic. La piazza si divide, come spesso accade in questi casi, tra chi esulta per un mercato scoppiettante e chi si interroga sulla tenuta fisica dei nuovi arrivati e su quanto tempo impiegherà la squadra per assorbire i nuovi innesti. Mister Colantuono accetta e ringrazia, e il Bari, dopo la sconfitta a Cittadella alla prima di ritorno, mette insieme sei risultati utili consecutivi, tra cui spicca la vittoria esterna colta a Benevento per 4-3. Il successo sul Brescia nella giornata successiva lancia il Bari al 5° posto in graduatoria, in piena bagarre playoff e a soli 6 punti dal 3° posto occupato dal Verona. E’ l’apice dell’era Colantuono, il momento in cui tutti pensano che la stagione abbia finalmente preso una piega tanto sperata quanto inaspettata. I galletti soffrono nelle partite esterne, ma in casa sono un vero e proprio rullo compressore. La sconfitta di Chiavari sembra solo un incidente di percorso, anche perché il Bari risponde vincendo in casa contro il lanciatissimo Frosinone.

Eppure, nel momento migliore, la luce si spegne. Improvvisamente, inspiegabilmente. Il Bari crolla a Trapani (0-4) ed è una sconfitta che lascerà il segno. In Sicilia, probabilmente, qualcosa si rompe nello spogliatoio e i pugliesi non riescono più a rialzarsi. È la seconda sconfitta consecutiva in trasferta, cui seguiranno quelle di Vercelli, La Spezia e Carpi. Di mezzo, lo sfortunato pareggio casalingo contro il Novara e la vittoria stentata contro il derelitto Latina. Disastroso fuori casa, il Bari dopo 7 mesi perde anche l’imbattibilità casalinga a fronte di un Verona spietato.

Cala il sipario, anche perché i biancorossi non sanno più vincere, e i tre pareggi consecutivi contro Salernitana, Pisa e Avellino risultano completamente inutili. Le gambe non reggono più, gli infortuni si susseguono, il Bari perde tra gli altri Brienza e Floro Flores, e mister Colantuono smarrisce il bandolo della matassa. Sempre più nervoso e confuso, l’allenatore dei galletti sembra sempre alla ricerca di nuove scuse: prima la colpa è del campo sintetico di Chiavari e di Vercelli, poi della sfortuna, poi dell’arbitro, poi ancora dell’ambiente troppo polemico, poi degli infortuni.

Ma la realtà è che la squadra ha smesso di giocare, di divertirsi. Non che il gioco del Bari sia mai stato spumeggiante, sia chiaro. Eppure la tenuta mentale non era mai venuta a mancare. Il mese di aprile, che avrebbe dovuto significare l’aggancio definitivo alle zone nobili della classifica, si è rivelato un film dell’orrore. Il Bari costruisce sempre meno, le trame di gioco sono pressoché inesistenti, le occasioni da gol arrivano con il contagocce. I numeri divengono impietosi: nelle ultime 10 giornate, dopo il successo sul Frosinone, l’armata biancorossa mette insieme appena 7 punti, frutto di 5 sconfitte, 4 pareggi e una sola vittoria, subendo 11 gol e mettendone a segno solo 3.

Questo campionato si è rivelato talmente mediocre che, nonostante un andamento da retrocessione diretta, grazie alle continue frenate delle dirette concorrenti il Bari è rimasto incredibilmente in corsa. Fino a ieri, quando al Partenio le speranze si sono ridotte a una vera e propria utopia. Mancare l’aggancio quantomeno alla zona playoff in una simile stagione è un fallimento sotto tutti i punti di vista. Un fallimento enorme, una condanna senza appello.

E i colpevoli sono ovunque. A partire dalla proprietà. Al presidente va riconosciuto di averci voluto provare, ma le promozioni non si possono costruire andando per tentativi. La strada della prudenza, intrapresa a inizio stagione, ha lasciato spazio a quello che si è rivelato essere un vero e proprio azzardo. Un azzardo fatale.

Detto del presidente, il maggiore responsabile resta, probabilmente, il direttore sportivo Sogliano. Prendere una rosa e rivoltarla come un calzino non ha portato i risultati sperati. Il rischio era enorme: acquistare a gennaio calciatori che non giocano da mesi, reduci da infortuni più o meno gravi, magari avanti con l’età e con una preparazione atletica prossima allo zero, ha portato gli stessi a crollare nel momento clou della stagione.

Il mister, diciamolo chiaramente, dopo un buon avvio non ci ha capito più nulla e la situazione gli è totalmente sfuggita di mano. Gli va certamente riconosciuta l’attenuante degli infortuni, eppure lui e il suo staff, data la grande esperienza, avrebbero dovuto prevedere un simile calo di forma. La sfortuna ha recitato la sua parte, ma addebitare tutto alla malasorte è un atteggiamento quantomeno ipocrita.

La squadra, dal canto suo, ci ha provato. I nuovi innesti hanno fatto la loro parte, su tutti Floro Flores e Galano. Ma senza un’idea tattica ben precisa, alle prime difficoltà il gruppo si è sciolto come neve al sole e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Maria Stefania di Michele

A pagare, come sempre avviene in queste situazioni, sono soprattutto i tifosi. A cui quest’anno va riconosciuto di essere stati semplicemente esemplari. Pazienti all’inizio della stagione, sempre presenti in gran numero in casa e fuori, un sostegno alla squadra da veri e propri innamorati. Mai una vera contestazione nonostante il crollo verticale dopo la sconfitta di Trapani, mai nessun atto violento, semmai un tentativo di dialogo con squadra e mister per spiegare che ci si doveva provare fino all’ultimo, nonostante tutto. E nonostante tutto, gli splendidi supporters pugliesi sono stati gli ultimi a mollare.

Ora bisognerà ricostruire, come sempre negli ultimi anni. Qualcuno dovrà pagare, qualche “testa” dovrà saltare. Molti giocatori andranno via, da qualcuno bisognerà necessariamente ripartire. Quello che resta, e che la società dovrà difendere a tutti i costi, è proprio l’incredibile patrimonio di affetto che questa tifoseria dimostra ogni giorno. Sempre, nonostante tutto, l’amore dei tifosi per la propria amata non finirà mai.

Maria Stefania Di Michele

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