“Annientamento” sbarca su Netflix. Primo consiglio: dimenticate il libro

Disponibile dal 12 Marzo su Netflix, la trasposizione di Alex Garland del primo capitolo della trilogia dell'Area X ha creato più di qualche motivo di discussione

Si sa: il nemico numero uno delle versioni cinematografiche di un soggetto sono spesso i lettori. L’accettazione di una diversa visione e della possibilità che il film tratto da un romanzo possa avere vita propria non è mai un processo semplice per gli affezionati.
Eppure, qualche critica più lucida all’Annientamento di Alex Garland può essere mossa. Di seguito un tentativo personale di tirare le somme, partendo dal principio.

Il libro

Annientamento è il primo capitolo della trilogia The Southern Reach, comunemente conosciuta come Trilogia dell’Area X. Scritta da Jeff Vandermeer (statunitense, classe 1968), è ormai un cult non solo per gli appassionati del New Weird: un ibrido tra fantascienza, fantasy e horror che si sviluppa a partire degli anni Novanta e che vede in VanderMeer uno dei massimi esponenti.
La trama vede una spedizione, tutta al femminile, prepararsi all’ingresso e poi raggiungere l’Area X: regione non specificata degli Stati Uniti in cui da qualche anno è “nato” un Bagliore. Una sorta di aura, la cui genesi è proprio soggetto delle indagini, che espandendosi inesorabilmente ingloba tutto quello che la circonda, modificando flora e fauna in una rigenerazione incomprensibile ma progressiva.
Annientamento apre le porte a un microcosmo spiazzante; si perdono le coordinate spazio-temporali e ciò che si realizza è un percorso in una realtà straniante e pregna di inquietudine. Sono i personaggi ad affrontarla, ma la potenza stilistica riesce a trasmettere in maniera vivida le stesse sensazioni ai lettori.

Non conosciamo i nomi dei membri della spedizione, una delle tante che si sono susseguite prive di successi e con pochi superstiti. Dei personaggi conosciamo solo la professione – la biologa, la psicologa, la topografa, ecc… -, mai ne vengono descritte le caratteristiche fisiche. E’ proprio questo stato di indeterminazione che rende l’opera quello che è.

Jeff Vandermeer lavora accuratamente sulla psicologia, sulle emozioni, portandoci in un crescendo di inquietudine che segue i personaggi, soprattutto la biologa di cui viviamo in soggettiva. Il lettore subisce lo stesso processo erosivo che l’Area X causa in lei. È proprio l’essere ciechi di fronte alla narrazione che acuisce le sensazioni già dettate dall’avventurarci in un luogo anche per noi oscuro e imprevedibile. L’indeterminazione e le maligne possibilità che si celano dietro la natura dell’Area X ci rendono completamente inermi, abbandonati anche noi alla stessa presenza viva e pervasiva che si insinua nella fisiologia stessa della protagonista. Perché l’Area X figlia di VanderMeer pulsa e in modo magnetico ci getta in un pozzo di inquietudine.

La trilogia è stata portata in Italia a partire dal 2015, affidata alla casa editrice Einaudi che raramente propone narrativa di genere. Una nota di merito al lavoro editoriale dietro la sua pubblicazione va sicuramente alle magnifiche illustrazioni in copertina curate da Lorenzo Ceccotti.

Il film

Le doti evocative di VanderMeer non potevano non sedurre più di qualche lettore, arrivando anche all’attenzione di un regista. Dietro il film di Annientamento c’è la firma di Alex Garland, conosciuto per la sceneggiatura di Non lasciarmi (trasposizione cinematografica del capolavoro dell’ultimo premio Nobel Kazuo Ishiguro) e per la regia di quel piccolo gioiellino della fantascienza che è Ex Machina.
Dopo una non fortunata permanenza nelle sale americane, il film è approdato sulla piattaforma Netflix creando più di qualche dibattito.

Quando ci si confronta con una sceneggiatura non originale, di cui si ha già avuto modo di apprezzare il prodotto originale, bisognerebbe sempre fare un passo indietro.
Le modalità in cui si può far proprio un soggetto pre-esistente sono molteplici e – soprattutto! – tutte lecite. Va ricordato sempre che i confronti sono ammessi, delle lucide riflessioni tra pregi e difetti dell’uno e dell’altro pure, ma non va mai dimenticato che il lavoro dietro un adattamento non è pedissequamente un processo volto alla creazione di un gemello omozigote; anzi, il più delle volte ciò che ne viene fuori è un prodotto a se stante e come tale va giudicato.
Sì, perché anche Annientamento ricade in questa categoria. La fascinazione dietro la stesura della nuova sceneggiatura si è limitata – così come Garland ha ammesso – alla creazione di suggestioni. L’Annientamento di Garland non è l’Annientamento di VanderMeer, ma ciò che esso ha suggerito al regista a livello sensoriale.

Il primo suggerimento da dare a chi guarda il film è quindi: dimenticate il libro. Le differenze sono tante, alcune addirittura “inaccettabili”.
Il primo tassello discorde è forse il più importante: nel film di Annientamento si vede e si sa. Garland cambia le professioni dei membri della spedizione, ma soprattutto dà loro dei nomi e una vita precedente alla missione. L’Area X (in un diverso mezzo quale è il grande schermo) prende forma, pur modificata negli elementi essenziali. Siamo quindi in grado di definirci in uno spazio e di comprendere in qualche modo quello che ci circonda, perdendo così quell’agente di confusione che nel romanzo ha una presa fondamentale. D’altro canto però, la costruzione delle immagini è proprio qualcosa su cui Garland concede tanta cura. A differenza dei toni minimal che caratterizzavano Ex Machina, l’Area X cinematografica straborda di dettagli, di colori; concede a tratti momenti di alta bellezza.

A sfavorire l’opera di Garland c’è anche un base di scrittura spesso debole, così i personaggi, che qui trovano un’identità in senso stretto, perdono però quello spessore in grado di renderli veri (e tormentati dagli effetti dell’Area X). Solo alla protagonista è concessa un po’ di complessità grazie ai flashback che ne ricostruiscono i sentimenti e quindi i moventi.

Eppure, nel tentativo di decostruire e ricreare il Bagliore, va riconosciuta a Garland la coerenza all’interno di un proprio percorso personale nella fantascienza degli ultimi anni. In Annientamento si ripropone in maniera riuscita quel tentativo di confronto tra essere umano e individuo tecnologico (topica la danza finale che richiama Holy Motors). E un ritorno a quei quesiti atavici da cui non si trova punto di fuga neanche in luoghi mai indagati. Perché se da una parte c’è un ignoto, quindi un nuovo, dall’altra ci sarà sempre lo spontaneo interrogarsi sull’identità, sulla morte, su cosa voglia dire avere un dopo. E la fantascienza di Garland, con i suoi toni quasi eleganti, riesce sempre a dire la sua.

Martina Neglia

Classe 1993. Studio Fisica, ma non sembra.

0 Commenti

Nessun Commento!

Non ci sono ancora commenti, ma puoi prima commentare questo articolo.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. i campi richiesti sono contrassegnati*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.