Berecche e la guerra: Pirandello, le novelle, la guerra e le stelle

In occasione dell'anniversario della nascita di Luigi Pirandello, celebriamo uno tra i piu grandi scrittori e drammaturghi del mondo con un breve estratto di una delle sue novelle di guerra più famose: Berecche e la guerra. L'affascinate condanna dell'assurdità delle aspirazioni belliche dell'uomo, nell'infinito universo

 

Berecche si alza, s’appressa alla finestra piú vicina, siede e si mette a guardare le stelle.

Le vede per gli spazii senza fine, come forse nessuna o appena forse qualcuna di quelle stelle la può vedere, questa piccola Terra che va e va, senza un fine che si sappia, per quegli spazii di cui non si sa la fine. Va granellino infimo, gocciolina d’acqua nera, e il vento della corsa cancella in uno striscio violento di tenue barlume i segni accesi dell’abitazione degli uomini in quella poca parte in cui il granellino non è liquido. Se nei cieli si sapesse che in quello striscio di tenue barlume son milioni e milioni d’esseri irrequieti, che da quel granellino lì credono sul serio di potere dettar legge a tutto quanto l’universo, imporgli la loro ragione, il loro sentimento, il loro Dio, il piccolo Dio nato nelle animucce loro e ch’essi credono creatore di quei cieli, di tutte quelle stelle: ed ecco, se lo pigliano, questo Dio che ha creato i cieli e tutte le stelle, e se lo adorano e se lo vestono a modo loro e gli chiedono conto delle loro piccole miserie e protezione anche nei loro affari piú tristi, nelle loro stolide guerre. Se nei cieli si sapesse, che in quest’ora del tempo che non ha fine questi milioni e milioni d’esseri impercettibili, in questo striscio di tenne barlume, sono tutti quanti tra loro in furibonda zuffa per ragioni che credono supreme per la loro esistenza e di cui i cieli, le stelle, il Dio creatore di questi cieli, di tutte queste stelle, debbano occuparsi minuto per minuto, seriamente impegnati in favore degli uni o degli altri. C’è qualcuno che pensi che nei cieli non c’è tempo? che tutto s’inabissa e vanisce in questo vuoto tenebroso senza fine’ e che su questo stesso granellino, domani, tra mille anni, non sarà piú nulla o ben poco si dirà di questa guerra ch’ora ci sembra immane e formidabile?

(Berecche e la guerra, 1915  L. Pirandello, nell’omonima raccolta di novelle del 1934)

Quella di Berecche e la guerra (che da il titolo all’omonima raccolta del 1934) è probabilmente una delle più belle novelle di guerra che siano mai state scritte. Mentre, infatti la tradizione contemporanea (pensiamo anche a De Roberto) prediligeva un’ambientazione “interna” al conflitto, per cui i protagonisti erano quasi sempre soldati, partecipi in prima persona dell’orrore della guerra e della vita in trincea o sul campo di battaglia, Luigi Pirandello (Girgenti 28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936) ci offre una prospettiva diversa, ossia quella esterna, di coloro cioè che non partecipavano al conflitto, rimanendo nelle città o nei paesi.

Costoro, tuttavia, sebbene risentissero soltanto dell’eco del conflitto, avevano visto partire per il fronte i propri familiari: figli, nipoti, cugini, tutti giovani e forti, chiamati alle armi o volontariamente arruolatisi. Ecco che Pirandello, attraverso la figura di Berecche, il suo protagonista che vede arruolarsi, contro la sua volontà, il giovane figlio al primo conflitto mondiale, divine il simbolo di quella orribile condizione di attesa che segnava coloro i quali non vivevano direttamente la guerra, ma vivevano con il fiato sospeso, nella speranza che non arrivasse mai la notizia più temibile.

Come se non bastasse, ad arricchire notevolmente tale novella di significati degni di riflessione, non ritroviamo soltanto un diverso punto di vista sulla guerra, come abbiamo evidenziato, ma anche la disillusione che investe il protagonista stesso. Difatti Berecche è un professore di storia che sin da bambino nutre un vero e proprio amore per la Germania, la sua lingua e il suo popolo e tutti lo conoscevano nel quartiere, rispettandolo e condividendo le sue posizioni sulla presunta “superiorità tedesca”. Tale profonda convinzione, certezza della sua vita, verrà obbligatoriamente meno, sebbene gradualmente, quando la Germania, affiancata dall’Austria, attaccherà l’Europa, dando inizio alla Grande Guerra.

A quel punto Berecche, non soltanto dovrà sopportare gli scherni dei conoscenti ma dovrà anche affrontare una delicata situazione familiare. Il marito di sua figlia, infatti, è stato chiamato in guerra e presto la famiglia riceverà notizia del suo decesso e, come se non bastasse, anche il figlio di Berecche, Faustino, che ha iniziato a frequentare la facoltà di lettere, viene fomentato dallo spirito nazionalista e al grido di “Viva la Francia, viva il Belgio” (contro l’amata Germania del padre) partecipa ad una manifestazione. Il professore, deluso dal comportamento del figlio e allo stesso tempo dalla realtà dei fatti, si chiude nel suo studio in attesa del ritorno di quest’ultimo a casa. Tuttavia i giorni passano e Faustino non fa più ritorno, così, ben presto, giunge la temuta notizia su cui da giorni si taceva in casa: un telegramma comunica che il ragazzo è partito per il fronte e di trova in Francia per combattere e dimostrare il valore della gioventù italiana.

La famiglia precipita così nel baratro della paura e dell’attesa, e Berecche è costretto ad ammettere non solo l’insensatezza delle sue certezze ma è indotto anche a riflettere sull’insensatezza della guerra e sulle assurde pretese dei piccoli uomini al confronto con l’immensità dell’universo (come testimonia il piccolo brano estratto con cui abbiamo dato inizio a questo articolo).

Ma cosa resterà di oggi, delle atrocità, del sangue, dei drammi dei popoli? Qualche riga di un libro di storia?

Ancora una volta Pirandello, con il suo brillante e acuto umorismo tragico, di matrice pessimista, manifesta, attraverso il personaggio di Berecche, suo alterego (Pirandello infatti aveva visto i suoi figli Stefano e Fausto inviati al fronte e il primo cadde prigioniero degli austriaci nel lager di Mauthausen) , il dramma  di coscienza di quanti, come egli stesso, si erano nutriti della cultura germanica facendone un elemento essenziale della loro formazione (fillologico-storico-letteraria) e di chi, come lui,  non era vittima di quei fanatismi che spingono gli uomini ad agire, come massa irrazionale, e a combattere fra loro.

Credits photo: quartaradio.it

Sara Fiore

Sara Fiore, siciliana, studentessa universitaria in lettere moderne, classe 1994. Bibliofila, cinefila, letterata, scrittrice in erba passionale come la mia terra. Le parole sono il mio super potere! #thinkcreative

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