Brexit, divorzio all’europea: il Regno Unito tira la corda sui migranti (europei), mentre si pone il problema Irlanda

Le nuove politiche previste dal documento del ministero dell'Interno inglese hanno compattato un fronte ostile che va dai leader europei agli stessi britannici. Quanto ancora reggerà la linea dura?

Se il Regno Unito potesse, forse metterebbe un muro tra sé e il resto dell’Unione Europea. Questo è quanto si desume dal documento trapelato dal ministero dell’Interno inglese e pubblicato in esclusiva dal Guardian. O magari no: un muro sarebbe una soluzione troppo definitiva. Forse basterà la Manica ad evitarci lo scempio di un’ennesima barriera su suolo europeo.

D’altra parte il Regno Unito sarà pur voluto uscire dall’Unione Europea, ma di certo non può (né vuole) distaccarsi completamente dall’Europa – intesa come complesso di tutti gli Stati-nazione che la compongono. I documenti fuoriusciti sono quindi stati una doccia gelata non solo per i leader europei, sempre più intransigenti man mano che proseguono le pratiche del divorzio, ma anche per i cittadini britannici stessi.

Il problema del confine irlandese

Fine del mercato comune e dell’unione doganale: questi i termini chiave su cui la Brexit si fonda. Un chiusura del genere implicherebbe però la formazione una nuova frontiera esterna dell’Unione, quella tra Regno unito e Irlanda. Problema quanto mai delicato, soprattutto dopo le violenze che hanno insanguinato l’ultima metà del secolo scorso, da cui deriva lo sforzo da parte di entrambi per evitare un “hard border”. Salvaguardare l’Accordo del Venerdì Santo è stato il primo pensiero di Michel Barnier, commissario europeo addetto ai negoziati per la Brexit, durante il suo discorso di giovedì alla Commissione. Stessa preoccupazione per il mantenimento dell’area di libero spostamento. Quanto all’unione doganale e al mercato unico, a cui il Regno Unito ha chiaramente detto no, la questione è ancora vaga.

David Davis, segretario di Stato per la Brexit, ha parlato di uno sforzo di immaginazione: valutare o, all’occorrenza, inventare nuove modalità per un confine del tutto sui generis. Ma a chi spetteranno i costi maggiori? Per l’Unione, ovviamente alla Corona: se non fosse stato per la Brexit – questa l’argomentazione – una situazione del genere non si sarebbe mai venuta a creare. D’altra parte, il governo inglese e quello irlandese sono già in contatto per concludere accordi più “soft”.

Stante una situazione del genere, come può il Regno Unito dirsi da un giorno all’altro fuori dall’Europa? Ci sono ragioni storiche prima, istituzionali poi, per cui i destini degli stati membri dell’UE restano non tanto intrecciati, quanto saldati. La stessa legislazione nazionale è ormai irrimediabilmente segnata da quella europea e, come in una miscela omogenea, ormai tornare indietro è impossibile. Esempio di questa ulteriore commistione è la nuova politica sull’immigrazione, trapelata anch’essa sulle pagine del Guardian.

“Britain first”

I cittadini irlandesi infatti non rientrano neanche in quella categoria di “cittadini europei”  individuata dal documento (pubblicato integralmente dal Guardian) che disciplina la politica britannica sul tema immigrazione. Tutti gli altri invece avranno vita più dura. Il documento prevede tre fasi: durante la prima, in attesa dell’uscita ufficiale del Regno Unito dall’UE (prevista, fino a ordine contrario, per il 29 marzo 2019), gli europei residenti oltremanica ad una “certa data” (ancora da definire, comunque non prima del giorno in cui l’articolo 50 è stato attivato e non oltre l’uscita ufficiale dall’Unione) potranno regolarizzare la propria posizione all’Home Office. Chi arriva su suolo britannico oltre tale data, ma prima dell’uscita ufficiale dall’UE, potrà richiedere un permesso speciale temporaneo, o comprovare il proprio status di lavoratore altamente qualificato per sperare di poter rimanere più a lungo (dai tre ai cinque anni).

La seconda fase, cosiddetta “fase di implementazione”, dovrebbe avere inizio dal giorno immediatamente successivo all’uscita del Regno Unito dall’Unione e, nei piani dei ministri inglesi, durare circa un paio d’anni. Per i cittadini europei già residenti il “periodo di grazia” (in attesa della valutazione dello status del singolo immigrato) durerà fino a due anni; chi invece arriva oltremanica (per motivi di studio, lavoro o semplicemente in visita) potrà restare per massimo tre mesi. Qualora si voglia prolungare la propria permanenza, sarà il ministero degli Interni a considerare la conformità o meno del profilo dell’immigrato alle esigenze britanniche: a far infuriare i datori di lavoro infatti è il fatto che, durante la terza fase, a restare saranno solo i lavoratori altamente qualificati.

Si prevede insomma un’emorragia di posti di lavoro che farà male a tutti e bene a pochi. I datori di lavoro (soprattutto nei settori del turismo e della ristorazione) sono stati i primi a sottolineare come il lavoro degli europei nel Regno Unito non solo non fosse la causa di ogni male, ma addirittura fungesse da salvagente per l’economia. Da 13 anni (ovvero dall'”allargamento a est” dell’Unione), il Regno Unito ha infatti beneficiato della manodopera a basso costo proveniente soprattutto dalla Polonia.

Eliminate i lavoratori stranieri dai settori in cui il Regno ne avrebbe più bisogno, dunque, e assumete britannici: questo il piano del ministero, un piano che sembra provenire direttamente dalla pancia di una popolazione esasperata. Stando ai dati dell’Osservatorio Europeo per le Migrazioni, invece, i settori in cui la maggioranza dei cittadini europei poco qualificati ha trovato occupazione erano proprio quelli in cui il Regno Unito aveva più bisogno di manodopera. Un cambiamento come quello prospettato dal Ministero garantirà sì (almeno teoricamente) più spazio per i lavoratori autoctoni, ma probabilmente comporterà anche un riassetto del mercato del lavoro, e del relativo prezzo.

Quanto di guadagnato, allora? E quanto di perso? In sede europea il Regno Unito ha sempre tenuto a precisare che, in questo divorzio all’ennesima potenza, sono loro che stanno lasciando l’Unione Europea e non viceversa. Se il fattore sentimentale valesse qualcosa all’interno della Commissione europea, forse ciò garantirebbe un minimo vantaggio; avendo invece il resto dei leader europei preso l’abbandono abbastanza sportivamente, forse sarebbe il caso per il Regno Unito di rivalutare il proprio potere contrattuale. Ed è solo questione di tempo prima che si decida.

 

Liliana Farello

Aquilana, classe '93, attualmente studio Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma. Nel mio futuro mi piacerebbe vedere cosa c'è dall'altra parte del mondo, ci sto lavorando.

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