Brexit: era solo questione di tempo. Viaggio dal primo all’ultimo referendum britannico sull’Europa

Al via la fase II dei negoziati che porteranno il Regno Unito fuori dall'Unione Europea. Una separazione difficile, ma uno sguardo al passato aiuta a capire come ci fosse da aspettarselo

Doveva essere un’hard Brexit. Doveva essere l’occasione in cui l’Europa avrebbe dimostrato che uscire dall’Unione è possibile, ma sarebbe di gran lunga preferibile non farlo. Doveva essere, insomma, il precedente con cui dimostrare che il processo di integrazione europea, una volta attivato, è irreversibile. D’altra parte, prima o poi sarebbe arrivato il momento in cui qualcuno tra i membri dell’UE avrebbe pensato che il gioco non valesse più la candela: e allora buon per l’Europa che si sia trattato del Regno Unito, il primo a tentare di entrare (quando l’Unione si chiamava ancora Comunità Economica e contava solo sei membri) e il primo a tentare di uscire (oggi che, non a caso, il termine “economica” è sparito dalla denominazione e l’Unione di membri ne conta 28).

 

Verso la seconda fase dei negoziati

Dicembre è stato il mese della svolta: dal “Patto dell’Immacolata” tra il premier britannico Theresa May e il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker alla riunione del Consiglio Europeo, la settimana seguente, in cui i ministri della formazione “Articolo 50” (tutti tranne il Regno Unito) hanno giudicato i termini finora negoziati “sufficienti” per proseguire con la fase due dei negoziati.

Il 2017 chiude dunque la prima fase dei negoziati. Obiettivi raggiunti: garanzia dei diritti per i cittadini europei nel Regno Unito; definizione degli accordi sul confine irlandese; sistemazione delle questioni finanziarie. Era tutto scritto nelle linee guida stilate dal Consiglio Europeo il 29 aprile scorso. Le suddette questioni hanno tolto un grosso peso dalle spalle dell’Unione. La tutela dei cittadini europei nel Regno Unito è stata fin da subito la questione prioritaria; tuttavia, nell’approvazione dei termini d’uscita deve aver pesato anche l’ingente cifra che il Regno si è impegnato a versare in ottemperanza agli obblighi comunitari (e che si aggira intorno ai 40 – 45 miliardi di euro: considerando che, come quinta economia mondiale, l’UK ha contato un Pil di circa 40 miliardi di dollari solo nel 2016, corrispondenti a quasi 34 miliardi di euro, si tratta di un impegno non indifferente). Ma a pesare è anche la posizione del governo di Theresa May, particolarmente traballante: poco prima di volare a Bruxelles, il premier britannico aveva infatti dovuto incassare il voto favorevole di Westminster su un emendamento chiave che prevede di far passare il Bill sull’uscita dall’UE attraverso il voto parlamentare: imbarazzante, considerando che a contribuire allo sgambetto sono stati anche 12 deputati conservatori.

Al via dunque ora alla fase due dei negoziati, quella che la stessa May ha definito “la più difficoltosa”. Si tratta di stabilire le future relazioni, soprattutto economiche, tra il Regno Unito e l’Europa a 27. Durante il periodo di transizione proposto dalla premier britannica con il discorso di Firenze del 22 settembre scorso, l’UK potrà ancora far parte dell’unione doganale e del mercato interno per altri due anni all’indomani del 29 marzo 2019 – quando il Regno Unito cesserà ufficialmente di far parte dell’Unione europea. Ma ora lo spazio di manovra è evidentemente più ristretto: i rapporti di forza sono assestati, i 27 hanno fatto quadrato tra di loro e il Regno Unito può solo sperare di lavorare sui pochi margini rimasti per ottenere vantaggi relativi. Il senso di tutto ciò è presto spiegato: non si esce facilmente dall’Unione Europea. Se così fosse, non vi sarebbero motivi per cui ad altri membri (tra i più tentennanti: basti pensare al blocco di Visegrad) non possa venire in mente di valutare la stessa ipotesi.

 

Uno sguardo al passato

Doveva essere un’hard Brexit. Dovevano essere loro, i britannici, che stavano lasciando l’Europa – non il contrario. Doveva essere il premier a sbattere i pugni sul tavolo in nome dei 17 milioni di cittadini che avevano votato per tornare a godere della propria indipendenza da Bruxelles e dai vincoli a cui questa costringeva l’economia britannica, per avere voce in capitolo riguardo l’immigrazione (anzitutto degli stessi cittadini comunitari), per poter rispondere in maniera più forte alle proposte legislative in lavorazione a Bruxelles. D’altra parte, la possibilità di un referendum sull’Europa non era niente di nuovo per i britannici. Evidentemente però non era neanche un ambito nel quale fossero particolarmente pratici.

Il tema dell’Unione Europea si è sempre prestato in maniera eccellente alle campagne elettorali. Il copione seguito in occasione del referendum per l’uscita dall’UE potrebbe essere stato tranquillamente spolverato da quello scritto quando si trattò di entrare, all’inizio degli anni Settanta: la rinegoziazione dei termini e l’annuncio, una volta conclusa, dei risultati portati a casa; la proposta di un referendum, la raccomandazione di voto da parte del governo (nel 2016, quello conservatore di Cameron; nel 1974, quello laburista di Wilson). Quando infatti il Regno Unito entrò ufficialmente a far parte della CEE, nel gennaio del 1973, non si poteva certo dire che i britannici fossero del tutto entusiasti. Tutt’altro: la maggioranza dell’opinione pubblica continuava a non essere minimamente interessata a colloqui, conferenze e accordi che, ai suoi occhi, ricadevano ancora nella pura e semplice politica estera. Australia e Nuova Zelanda, insomma, continuavano a sembrare molto più vicine rispetto a Francia o Germania (ovest).

Altri tempi, altra concezione dell’Europa. Quando i britannici si ritrovarono dentro (senza essere stati consultati, a differenza di quanto avvenuto in Irlanda, Danimarca e anche in Norvegia, che infatti decise di restare fuori), non avevano l’esperienza necessaria per rendersi conto della portata storica di tale decisione. All’inizio degli anni Settanta i problemi erano altri: l’economia in recesso e gli scioperi che si susseguivano, sempre più minacciosi, che infatti avrebbero determinato caduta del governo di Edward Heath – che era riuscito a portare il Regno Unito all’interno della Comunità Europea. E quando i laburisti proposero la rinegoziazione dei termini ottenuti dai conservatori durante il precedente mandato, in previsione delle successive elezioni, l’Europa occupò comunque uno spazio limitato. Il referendum faceva campagna elettorale, faceva democrazia: non di più. E dato il generale disinteresse dell’opinione pubblica sulla questione, data l’indicazione di voto dei laburisti – chiaramente per il “remain”: non erano certo stati contrattati nuovi termini per poi uscire comunque-, fu facile assicurarsi la vittoria, nel giugno del 1975.

 

La storia si ripete

Oltre quarant’anni dopo, al contrario, l’Unione Europea era al centro di ogni discussione tra i sudditi della Regina. Da organizzazione economica in fasce, composta da sei membri (nove, con l’entrata del Regno Unito e degli altri Stati del primo allargamento), era diventata un organismo ormai adulto, con 28 partecipanti. Troppi, come troppe agli occhi dei britannici cominciarono ad essere le pretese: e di nuovo c’era la crisi economica, di nuovo l’idea di un referendum cominciò a farsi strada all’interno del governo. Di nuovo, dunque, un ritorno alla democraticità sembrò il modo migliore per rinsaldare le basi del governo in un momento difficile.

Cameron annunciò di rinegoziare i termini che disciplinavano la partecipazione del Regno Unito all’Unione europea nel 2014; di nuovo, due anni dopo, portava a casa dei risultati – un po’ miseri, forse, ma abbastanza per giustificare l’idea di un secondo referendum sull’Europa. Di nuovo, Cameron stesso esprimeva una raccomandazione di voto: e di nuovo era di restare.

Allora forse ad essere cambiati non sono i britannici, che tutto sommato l’Europa l’hanno sempre vista dall’altro lato della Manica, bensì i tempi. Edward Heath non poteva sapere a cosa stava andando incontro, trascinando il proprio Paese all’interno del carrozzone europeo; Theresa May, lavorando per tirarsene fuori, può invece contare su qualche esperienza del mondo al di fuori dell’UE. Che poi la strada nuova sia migliore di quella vecchia potrà dirlo solo il tempo. Di nuovo.

Liliana Farello

Aquilana, classe '93, attualmente studio Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma. Nel mio futuro mi piacerebbe vedere cosa c'è dall'altra parte del mondo, ci sto lavorando.

0 Commenti

Nessun Commento!

Non ci sono ancora commenti, ma puoi prima commentare questo articolo.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. i campi richiesti sono contrassegnati*