Caffè, sigaretta e pagina bianca

Un angolo di tranquillità in un giorno qualunque

Una tazzina di ceramica bollente. Una tazzina di ceramica bollente era l’unica cosa che avevo e di cui avevo bisogno. Il tavolino in legno che avevo di fronte affacciava sulla strada, riparato dal sole da un tendone. Dalla tazzina, l’aroma e il vapore del caffè salivano in alto, fino al cielo. Sembrava quasi che volesse diventare nuvole quell’aroma.

Da dietro gli occhiali da sole scrutavo il continuo fiume di persone che inondava quella strada. Il caldo era quasi insopportabile in quell’afoso pomeriggio qualsiasi, di un giorno di luglio qualsiasi. Quel giorno qualsiasi era il 14 luglio del 2017. La mattina l’avevo passata a scrivere un articolo. Sapevo al cento per certo che Francesca, la mia caporedattrice, mi avrebbe contattato per dirmi che avrei dovuto apportare delle modifiche. Avevo deciso ugualmente di lasciarmi alle spalle il computer e addentrarmi nella rovente selva metropolitana. La revisione avrebbe aspettato.

Nonostante il caldo, come avrei mai potuto rinunciare al mio caffè? La mia mano muoveva un cucchiaino d’acciaio inossidabile all’interno della tazzina. Quei pochi granelli di zucchero che ci avevo riversato dentro si stavano lentamente sciogliendo in quel liquido scuro e vitale, quasi come la strada che intanto osservavo. Posai il cucchiaino e sollevai la piccola tazza di ceramica bollente da suo piattino per portarmela alle labbra. Alla destra del piattino giaceva il mio fedele taccuino nero con una penna blu. Alla sinistra, in un’armonia meticolosa e precisa, da bravo maniaco del controllo, la mia busta di tabacco. Sorseggiavo quel caffè bollente ed il tempo rallentava, i nervi si rilassavano. Il cellulare che non smetteva di vibrare per le costanti notifiche, le chiamate dell’editore, la redazione che pressava per i nuovi articoli, notifiche dal blog, da Facebook e Instagram. Finalmente, anche solo per un attimo tutto questo veniva ovattato da un caldo e profumato grembo di indispensabile solitudine.

Un piccione scese in picchiata a qualche tavolino di distanza da me. La sua preda era una patatina avanzata da vecchi clienti che l’avevano emarginata sola nella scodella nera che conteneva lei e le sue compagne. Agguantata la patatina il piccione tornò a volare in alto, non lasciando altro che le briciole. Un bravo poeta ci avrebbe visto una metafora profonda in questo. Un bravo poeta avrebbe vissuto quella situazione e avrebbe visto l’universo che scorre, il tempo che aspetta il concludersi di quella pausa e la vita che scende in picchiata alla fine di quest’ultima e prendersi l’ultimo frammento di te. Purtroppo io non ero un bravo poeta e, vuotata la mia tazzina di caffè, non potei altro se non rollarmi una sigaretta rimanendo ad osservare.

Non avevo gli occhi di un bravo poeta. Chi ormai poteva dire di averli? Un mondo frenetico. Un mondo frenetico è tutto quello che ci è rimasto. Tutto, oltre quel breve, fragile attimo di assoluta pace. Per alcuni quell’attimo è la linea sottile tra una giornata come un’altra ed un raptus omicida. In quella tazzina, in quella sigaretta c’era la mia pace. Il mio Nirvana.

Un caffè, una sigaretta, una pagina bianca. Un altro pomeriggio di un giorno qualunque.

Mario Rotolo

0 Commenti

Nessun Commento!

Non ci sono ancora commenti, ma puoi prima commentare questo articolo.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. i campi richiesti sono contrassegnati*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.