Caso Skripal: il Regno Unito torna a spostarsi verso l’Atlantico (e l’Unione Europea segue)

Londra è passata alle vie di fatto con l'espulsione dei diplomatici russi dal suolo britannico, dopo l'attentato all'ex agente dei servizi segreti: una presa di posizione che l'UE non ha potuto non seguire

L’ultima battuta del caso Skripal è toccata alla Russia, con l’espulsione di 152 diplomatici occidentali dalla Federazione. Una mossa prevedibile e speculare alle misure adottate dai Paesi dell’Unione Europea (Regno Unito, Francia e Germania in primis) e dagli Stati Uniti, in risposta all’avvelenamento tramite agenti nervini dell’ex spia russa Sergej Skripal e della figlia Yulia, avvenuto lo scorso 4 marzo. Un botta e risposta di cui ormai si parla in termini di “scenario da guerra fredda”, ma che in realtà potrebbe e dovrebbe essere analizzato su più livelli: se non altro, per capire quanto sia effettivamente plausibile il rischio di una tale ricaduta.

Un breve riepilogo

Il 4 marzo 2018 due persone sono ritrovate prive di sensi su una panchina, davanti al centro commerciale The Maltings a Salisbury, neanche 50 mila abitanti nel Wiltshire inglese. Si tratta dell’ex colonnello russo Sergej Skripal e di sua figlia Yulia. I sintomi sono quelli di un avvelenamento da agente nervino, presto riconosciuto dagli investigatori di Scotland Yard come Novichok: un gas made in Russia ai tempi dell’Unione Sovietica, intorno agli anni Settanta. Gli indizi sono stati sufficienti per puntare subito il dito verso il Putin (che di lì a pochi giorni avrebbe riportato la sua quarta vittoria, prevedibile e schiacciante, alla carica presidenziale). Nulla di certo: eppure ci è voluto poco per dare per assodato che il tentativo di uccisione dell’ex agente segreto sia stata la risposta russa per eliminare un traditore. Nel 2006, infatti, Skripal era stato arrestato con l’accusa di controspionaggio e, se riuscì a tornare in libertà, fu solo dopo uno scambio con dieci spie russe arrestate negli USA, nel 2010.
Da allora, l’ex agente si era ritirato a vita privata, proprio a Salisbury. Eppure, per una serie di ragioni ancora tutte da indagare, all’inizio di marzo i vertici dell’intelligence russa devono aver deciso di regolare i conti (almeno secondo la versione occidentale): ora Skripal si trova ancora in condizioni critiche, sedato e con danni cerebrali permanenti, mentre le condizioni della figlia sono di poco migliori.

La risposta dell’Occidente

All’indomani dell’attacco, 140 funzionari russi sono stati espulsi da 25 Paesi Nato. A passare direttamente alle vie di fatto, con l’immediata espulsione di 23 funzionari, è stato il Regno Unito, dando il via da una catena di “solidarietà euroatlantica” cui hanno risposto anzitutto gli USA, seguiti dll’Unione Europea. Il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk ha annunciato la decisione in un tweet.

Neanche l’Italia ha potuto chiamarsi fuori, sebbene il governo dimissionario di Paolo Gentiloni non sia proprio nella condizione di prendere tali prese di posizione – e l’ambasciata russa a Roma non ha certo perso occasione di sottolinearlo, rilasciando un comunicato che suona più come un monito: le relazioni italo-russe erano già state messe a dura prova dalle sanzioni seguite all’invasione dell’Ucraina e conseguente annessione della Crimea, nel 2014; l’espulsione, ora, di due funzionari russi, incrina un rapporto già traballante.

A chi giova?

Molto bello però che una solidarietà del genere si stia creando proprio a un anno preciso prima dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Il 29 marzo 2019 infatti è il termine ultimo per presentare degli accordi soddisfacenti: da quel momento in poi, che essi siano stati raggiunti o meno, il Regno non farà più parte dell’Unione. Segno di un’Alleanza atlantica comunque più forte di qualunque tentativo di integrazione da parte degli Stati europei? Forse conviene osservare un po’ più attentamente le dinamiche all’interno dei vari livelli internazionali: quello globale, quello euroatlantico e quello europeo.

Riguardo quest’ultimo il Regno Unito, almeno dal punto di vista della politica estera, scopre di poter ancora contare sui partner europei che, a questo punto, cesseranno di essere tali solo dal punto di vista commerciale: grande vittoria per i Brexiteers, allora, che sono riusciti a liberare il proprio Paese dalle limitazioni comunitarie; grande sconfitta per gli europeisti, soprattutto quelli continentali, che confermano dunque come il salto di qualità, da un’integrazione puramente economica ad una effettivamente politica, sia possibile anche senza la prima – e, comunque, sempre nell’ambito di una cooperazione con l’altra sponda dell’Atlantico.

Peccato però che l’Alleanza atlantica sia sempre più debole: il caos della situazione in Siria ne è l’esempio più palese; e che, dunque, fare la voce grossa sia servito solo a far parlare di nuovo di “guerra fredda”. La Russia di Putin e l’Occidente di Trump tornano a guardarsi in cagnesco, insomma, e Londra non ci ha pensato due volte prima di riallacciare un’alleanza da sempre vantaggiosa (la special relationship con gli USA di antica memoria) e che, a suo tempo, venne inficiata proprio dalla Comunità europea. Ora, con le lancette che corrono verso l’ora X per la Brexit, l’Atlantico diventa improvvisamente più agevole da attraversare rispetto alla Manica.

 

 

Liliana Farello

Aquilana, classe '93, attualmente studio Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma. Nel mio futuro mi piacerebbe vedere cosa c'è dall'altra parte del mondo, ci sto lavorando.

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