Catalogna al voto per l’indipendenza. Parla un attivista fermato dalla Guardia Civil

Urne aperta da stamattina alle nove, ma i catalani hanno passato la notte ai seggi

I seggi sono ufficialmente aperti dalle 9 di stamattina, per quanto parlare di “ufficialmente” riguardo al tema del referendum sull’indipendenza della Catalogna sia difficile. In effetti di ufficiale c’è ben poco: sulla carta, la consultazione di oggi è e resta illegale. L’articolo 2 della Costituzione spagnola dichiara infatti che “La Costituzione si basa sulla indissolubile unità della Nazione spagnola”; il nodo della discordia, tuttavia, segue subito dopo: “(…) e riconosce e garantisce il diritto alla autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono e la solidarietà fra tutte le medesime”.

La Catalogna invece chiede l’indipendenza e la chiede oggi, ai propri cittadini. In totale i catalani sono circa 5 milioni, ma gli esponenti dei movimenti indipendentisti nei giorni scorsi hanno dichiarato che sarebbe un successo raggiungere anche solo il milione di voti. Complici la palese opposizione del governo centrale, del Tribunale costituzionale spagnolo e l’aperta ostilità dell’Unione Europea, fin da quando il referendum è stato annunciato (con una legge del Parlamento catalano del 6 settembre) la tensione si è fatta sempre più alta. Ed ecco perché, pur essendo i seggi ufficialmente aperti dalle 9 di stamattina, in realtà molti attivisti hanno occupato gli edifici predisposti al voto già da ieri sera, trascorrendovi la notte per evitare di essere costretti dalla polizia a ritornare indietro. Durante a giornata, inevitabilmente sono arrivati i primi scontri: una reazione forte, quella del governo Rajoy, per scongiurare un rischio altrettanto pericoloso per la Spagna e per l’intera Unione Europea: quello della creazione di un nuovo Stato, una nuova economia.

L. M., catalano, 28 anni, vive e lavora a Girona. Il 25 settembre è stato fermato dalla Guardia Civil per aver duplicato un sito internet in cui venivano spiegate le modalità di voto per il referendum, sito oscurato poco prima dalla stessa polizia – motivo per il quale ha preferito restare anonimo. Abbiamo parlato con lui dell’atmosfera che si respira in Catalogna, di cosa vuol dire esattamente essere catalano oggi e e del perché l’autonomia non basti più, ma ormai si lotti per l’indipendenza.

Buongiorno L. Anzitutto, ti ringrazio per la disponibilità. Ormai mancano poche ore al voto: com’è l’atmosfera a Girona? E tu come stai, dopo il fermo da parte della Guardia Civil? Hai avuto ripercussioni, problemi?

Nemmeno uno. Durante tutti questi giorni ho solo ricevuto moltissime manifestazioni di supporto, amici che mi hanno accompagnato al commissariato, messaggi d’incoraggiamento da parte di gente che conoscevo ma anche da sconosciuti, telefonate di conoscenti che mi hanno offerto aiuto per qualsiasi cosa di cui potessi aver bisogno. Non ho ricevuto nessun tipo di messaggio negativo, né minaccia, nulla. Al contrario, in questi giorni ho avuto il privilegio di conoscere gente molto importante. Mi sono successe soltanto cose positive.

A Girona è un po’ piovoso, ma per strada si vede l’emozione della gente per il referendum. Ed è gente di ogni età, spesso con vedute diverse, ma tutta unita dallo stesso ideale, cioè quello di poter avere il diritto di decidere cosa vogliamo essere.

Una Nazione, in pratica. Ma puoi spiegarci in cosa effettivamente un catalano è diverso dal resto degli spagnoli? Ovviamente avete una vostra lingua ufficiale, una vostra cultura e vostre tradizioni, tutte cose (teoricamente) tutelate dallo Stato. 

Noi catalani abbiamo ben chiaro in testa che siamo già una nazione, ma non abbiamo un Paese riconosciuto nel mondo. Non che ci sentiamo diversi, né migliori né peggiori, rispetto al resto della Spagna, semplicemente sentiamo da molto tempo un disprezzo e un maltrattamento istituzionale a livello politico, originatosi molto tempo fa. Qualche anno fa l’indipendentismo era un ideale poco appoggiato, ma una serie di fattori hanno fatto sì che sia aumentato moltissimo negli ultimi sette anni, oltre ai motivi culturali, storici e linguistici: dopo la dittatura, e in seguito alla costituzione spagnola del 1978, la Catalogna ha ottenuto una certa autonomia politica, tuttavia ancora molto lontana da una sovranità piena. Questa costituzione è vigente tutt’ora, e non permette la divisione del territorio. Nel 2006 è stato approvato in parlamento un nuovo statuto che migliorava la relazione economica con la Spagna, ma il governo di Madrid l’ha modificato lasciandolo praticamente uguale a quello del 1978, cosa che ha fatto arrabbiare molto i catalani.

Negli ultimi anni la crisi economica e il fiorire di casi di corruzione in tutta Spagna sono stati argomenti costanti sui giornali. Questi due fattori hanno aiutato l’indipendentismo a passare da ideale lontano a possibile soluzione per migliorare la situazione generale della Catalogna. Nel 2012 il governo catalano ha tentato di negoziare la gestione delle tasse con il governo di Madrid, ma abbiamo ricevuto un no secco. Da allora, l’indipendentismo ha ottenuto un supporto molto ampio dalla società catalana, anno dopo anno, fino ad oggi.

E non avete paura delle conseguenze di questo referendum, in particolare riguardo le relazioni con l’Unione Europea? Come avete intenzione di negoziare con l’UE, da Stato indipendente? Considerando il fatto che l’Unione Europea non è propriamente entusiasta alla prospettiva di un nuovo Stato…

L’argomento Europa non è una questione che preoccupa molto i catalani, perché siamo abbastanza sicuri che se vorremo rimanere in Europa (perché magari non vorremo rimanerci, dovremmo sicuramente fare un altro referendum) in poco tempo soddisferemmo tutti i requisiti che ci richiederebbero per poterne far parte di nuovo. A parte questo, se la Catalogna ottiene l’indipendenza, non perderemo la nazionalità spagnola, e quindi continueremo ad essere europei perché saremmo spagnoli.

Nonostante la polizia centrale abbia disposto il sequestro delle urne, siete comunque riusciti ad organizzarvi, reperendo materiale e sedi in cui attrezzare i seggi. Quanto però al conteggio dei voti, ci sarà una sorta di “autorità indipendente” a contare le schede? Chi dichiarerà ufficialmente l’esito del voto?

Non ho dubbi che il governo della Catalogna abbia i mezzi necessari per assicurare il conteggio corretto dei voti. Il governo ha trasmesso un messaggio di tranquillità e argomentato che si tratta di una votazione normale e comune, voteremo come abbiamo sempre fatto, con tutte le garanzie necessarie. La missione della Commissione Elettorale della Catalogna è garantire, su tutto il territorio della Catalogna, la trasparenza e l’obiettività del processo elettorale, e l’esercizio effettivo dei diritti elettorali (la Commissione Elettorale della Catalogna è un organo indipendente e imparziale, facente parte del Parlamento della Catalogna, dove ha sede).

Ultima domanda: viviamo in tempi in cui, non solo in Europa, dobbiamo guardarci da minacce provenienti da più fronti, tra l’affermazione sempre maggiore di movimenti populisti o il pericolo del terrorismo internazionale (immagino che il ricordo degli attentati di quest’estate a Barcellona sia ancora vivo). In un contesto del genere, non c’è anche un po’ di preoccupazione nel voler continuare a correre da soli?

Per quanto riguarda il terrorismo, la risposta della popolazione è stata un rifiuto in massa agli attentati, di modo che gli attentati non hanno raggiunto l’obiettivo, ovvero causare terrore, bensì il contrario: si sono trovati di fronte a una città che ha risposto con il grido di “non ho paura”, che è come dire ai terroristi: “Non solo non avete raggiunto il vostro obiettivo, ma ci avete fatti riflettere e unire contro le vostre idee estremiste.” la polizia catalana (i Mossos d’Esquadra) hanno dimostrato un altissimo livello di competenza e autonomia durante gli attentati di Barcellona dello scorso agosto. Hanno ricevuto un supporto amplissimo e le congratulazioni della popolazione per la loro maniera di agire. Credo che questo abbia aiutato la gente a rendersi conto che abbiamo una forza di polizia forte la cui autorità viene dal rispetto e non dalla paura. Per quanto riguarda i movimenti politici estremisti, radicali e populisti di cui ultimamente si sente parlare in Europa, io credo che si curino leggendo e instaurando dibattiti sani. E penso che la Catalogna sia una nazione in cui c’è molto dibattito e in cui si legge molto.

 

 

(Si ringrazia Lucia Gusmaroli per la traduzione)

 

Liliana Farello

Aquilana, classe '93, attualmente studio Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma. Nel mio futuro mi piacerebbe vedere cosa c'è dall'altra parte del mondo, ci sto lavorando.

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