Ce lo meritiamo, il “governo del Presidente”

Negli ultimi 85 giorni, Sergio Mattarella non ha fatto altro che aspettare: ha aspettato che il M5s decidesse con chi allearsi, ha tollerato un accordo di governo quanto mai velleitario. La nomina di Savona è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso

Doveva essere la “terza Repubblica“. Doveva essere il “governo del cambiamento”. Doveva essere il nuovo che avanzava, non importa verso dove. Invece, nel giro di poche ore, il sogno di un governo giallo-verde sembra essere naufragato: il veto del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella su Paolo Savona, il prescelto dal neo-incaricato Presidente del Consiglio Giuseppe Conte (pardon, dai leader di Movimento 5 Stelle e Lega, Luigi Di Maio e Matteo Salvini) ha portato quest’ultimo a rimettere il proprio incarico al Presidente.

Sono bastate 24 ore agli italiani per riscoprirsi paladini della Costituzione, gli uni; della democrazia, gli altri. Secondo l’art. 92 Cost. “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri“. La scelta finale, dunque, compete al Capo dello Stato. Come non è mancata occasione di ricordare (e il partito Democratico non ha aspettato altro), è sempre successo che questi ponesse il proprio veto su determinati personaggi ai dicasteri sensibili. La lista dei precedenti è ormai nota: nel 1979 Sandro Pertini si oppose a Clelio Darida come Ministro della Difesa del Governo di Francesco Cossiga, nel 1994 Oscar Luigi Scalfaro bloccò Berlusconi che avrebbe voluto Cesare Previti (condannato anni dopo in via definitiva per corruzione in atti giudiziari) al ministro della Giustizia, ancora nel 2001 Berlusconi si vide rifiutare Maroni al Ministero della Giustizia dall’allora Presidente della Repubblica Ciampi; l’ultimo caso, nel 2014, quando Napolitano rifiutò Nicola Gratteri al dicastero della Giustizia, come aveva invece proposto Matteo Renzi.

Eppure, quasi incontenibile, la marea degli elettori che avevano giurato eterna fedeltà al duo Salvini-Di Maio (ad accordo ormai concluso, è possibile ora scindere le due facce della stessa medaglia?) non ha potuto non sentirsi tradita: era stato promesso un ritorno alla nazione, un governo che non avrebbe accettato diktat dalle banche e dall’Europa, e ora si ritrova la strada sbarrata. Che a farlo sia il Presidente della Repubblica, quasi non importa.

Il risultato è tanta rabbia, da ogni parte: da chi si augura davvero l’impeachment per Mattarella (parole grosse, quelle di Di Maio, subito ridimensionate: “Ci vorrebbe la messa in stato d’accusa per qualche consigliere di Mattarella”) a chi, principalmente gli elettori di un centro-sinistra che finora ha riso per non piangere, davanti all’ennesima provocazione non è riuscito a contenere la propria irritazione.

Ma si può parlare davvero di provocazione? Il nome di Paolo Savona, 82enne, antieuropeista dichiarato, era esattamente quello che il Capo dello Stato non avrebbe mai accettato. Ma dopo essersi accordati su un Presidente del Consiglio di fatto sconosciuto fino al giorno prima della sua nomina, sarebbe stato davvero così difficile scendere a compromessi anche per il MEF? Se davvero l’intento era quello di far partire un esecutivo giallo-verde, non sarebbe stato più saggio valutare le alternative – Conte ad interim all’Economia, oppure il numero due della Lega Giorgetti, oppure lo spacchettamento delle deleghe proposto da Di Maio: di soluzioni ve ne erano – piuttosto che far saltare tutto?

Certo, sarebbe stato un compromesso – come se di compromessi non ne avessimo visti abbastanza, durante questi 85 giorni. La realtà è che stavolta il pomo della discordia è l’Unione Europea e, davanti al rischio di veder crollare la fiducia dei mercati nell’Italia, Mattarella non ha potuto transigere sulla figura di Paolo Savona. Il ruolo chiave del ministro dell’Economia e le posizioni da tenere tanto nel Consiglio dei ministri europei quanto nell’Eurogruppo non potevano essere affidate a chi avrebbe già pronto un “Piano B” per tornare alla lira. E Mattarella, che nonostante il marcato nazionalismo del duo Salvini-Di Maio spera ancora di riuscire a mantenere l’Italia nell’orbita dell’Europa di Merkel e Macron, per una volta si è oggettivamente messo di traverso.

Peccato che, nonostante le proteste, sia proprio nella posizione di poterlo fare: la carica di Presidente della Repubblica non serve solo quando si tratta di sciogliere le Camere o pronunciare il discorso di fine anno. Chi decide, dunque, da che parte stare? La neo-eletta maggioranza parlamentare, forte del consenso di circa il 50% dell’elettorato (contando i voti riportati dalla sola Lega e non dell’intera coalizione di centro-destra), o il Presidente della Repubblica, il cui ruolo e mandato sono disciplinati in maniera tale che sia super partes?

In una Repubblica parlamentare degna di essere definita tale, sarebbe in grado di farlo la maggioranza uscita fuori dalle elezioni – sotto la guida e l’occhio attento del Capo dello Stato. Nel momento in cui tuttavia non solo tale maggioranza ha temporeggiato tirando la corda ai limiti della rottura, ma si regge su un accordo ufficioso siglato tra due forze politiche schierate su posizioni nettamente contrastanti fino al giorno prima dello spoglio elettorale, le condizioni e le personalità con cui Mattarella si è trovato a dover scendere a patti non potevano non richiedere un’attenzione maggiore. E vi sono state le consultazioni, i tempi stretti, l’attesa che Di Maio si vedesse chiudere la porta in faccia dal centro-destra (prima che Berlusconi si facesse da parte) e poi anche dal centro-sinistra, l’attesa che il contratto di governo fosse confermato dalla “base” (leghista e pentastellata), quella per scegliere un premier gradito a entrambi i partiti; se c’è qualcuno che ha agito nel rispetto della volontà popolare, concedendo tutto ciò nonostante sin dall’inizio per il Colle fosse di gran lunga preferibile un governo tecnico, quello è stato Mattarella.

E allora il cosiddetto “Governo del Presidente” ce lo meritiamo. Ora aspettiamo la squadra di governo di Carlo Cottarelli, ex commissario per la spending review, fino a ieri direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica di Milano. Aspettiamo che si presenti in Parlamento, dove molto probabilmente non otterrà la fiducia delle Camere (di sicuro non dagli eletti del Movimento 5 stelle, Lega e Fratelli d’Italia; salvo i voti di qualche franco tiratore…) e, nella peggiore delle ipotesi (quest’ultima), aspettiamo di tornare a nuove elezioni. A settembre, forse.

Liliana Farello

Aquilana, classe '93, attualmente studio Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma. Nel mio futuro mi piacerebbe vedere cosa c'è dall'altra parte del mondo, ci sto lavorando.

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