Codice di condotta per le Ong: la risposta dell’Italia a un problema europeo

Il documento rilasciato dal Viminale e discusso insieme alle organizzazioni umanitarie vuole essere la chiave per spezzare il circolo vizioso dei traffici di vite umane. Sul lungo termine, però, c'è bisogno del lavoro dell'Europa

Difficile immaginare una zona ancora più calda dell’Italia degli ultimi giorni, eppure basta allungare lo sguardo poco più in là: verso la Libia e quel pezzetto di Mediterraneo ad essa antistante, crocevia di migranti, traffici illeciti, Ong più o meno trasparenti e interessi di almeno quattro governi per tre Stati (Francia, Italia e la Libia che ne conta due).

Ai chi, nonostante il caldo sempre più asfissiante, si imbarca per tentare di raggiungere le coste italiane, non resta che sperare di finire nel barcone giusto – ovvero non uno di quelli i cui scafisti hanno già preso accordi con Ong poco trasparenti. È di ieri la notizia della Iuventa, nave appartenente alla organizzazione tedesca Jugend Rettet, colta in fragrante nell’atto di accogliere migranti (non in pericolo di vita) provenienti da un barcone, salvo poi restituire quest’ultimo allo scafista che lo guidava e accordarsi con lui (le prove fotografiche sono state fornite da un agente in borghese su una nave di Save The Children) affinché tornasse indietro a prelevare altri migranti.

Esattamente quello che l’Italia, con l’approvazione della Commissione Europea, vorrebbe evitare. Il risultato è stato l’ormai famigerato documento di 13 punti redatto dal Viminale, in stretta collaborazione con le Ong – della decina che opera regolarmente nel Mediterraneo, a firmare il codice sono state in quattro. In sostanza, il senso delle nuove regole si può riassumere con: stop alle missioni di ricerca e salvataggio senza criteri. Andando a disciplinare prassi comuni (come quella di segnalare la propria presenza una volta che la nave si sia avvicinata troppo alle coste libiche, o trasbordare i migranti sulle navi della guardia costiera più vicina), il documento mira a scoraggiare il traffico di vite umane o, qualora ci si ritrovi davanti a barconi già al al largo, a garantire misure di recupero e soccorso più funzionali. Tutto ciò si inserisce nel disegno comune prospettato durante il vertice europeo di Tallinn, all’indomani del quale i partner europei hanno ribadito l’impegno comune nel fronteggiare l’emergenza migranti – fatto salvo quello italiano nell’accogliere e identificare in maniera razionale chi arriva sulle nostre coste. Andare a lavorare alla radice del problema, dunque, per risolverlo in maniera più razionale.

Il rischio opposto? Quello di arrivare troppo tardi a tale radice. È la critica mossa da Medici Senza Frontiere che, in una nota al Viminale, ha spiegato i motivi per cui non ha aderito al Codice. Il punto più controverso infatti è quello del divieto di trasbordo nelle navi della guardia costiera. Secondo il direttore generale dell’organizzazione, Gabriele Eminente, tale divieto va ad inficiare il senso della presenza di piccole navi atte alle missioni di recupero nel Mediterraneo: prevedendo che esse debbano trasportare i migranti recuperati dai barconi direttamente al primo porto sicuro, infatti, si creerebbe un vuoto proprio nelle zone che fino ad ora sono state coperte da quelle piccole imbarcazioni appartenenti alle Ong. Verrebbe meno insomma il meccanismo di compensazione all’attività governativa che le Ong garantiscono.

Si tratta allora di spezzare questo circolo vizioso per cui più migranti si tenta di salvare, più vengono incentivate le partenze illecite. Il Codice sembrava un buon compromesso alle autorità europee; ma proprio l’instabilità politica della Libia potrebbe rendere vano ogni sforzo. Quel che vale da un lato del Mediterraneo, infatti, potrebbe non valere dall’altro. Difficile incanalare i migranti, provenienti dall’Africa nord e sub-sahariana, e renderne le partenze più ordinate, in un Paese ancora diviso tra il Consiglio presidenziale di Fayez al-Sarraj (riconosciuto dall’ONU), a Tripoli, e il comandante dell’Esercito nazionale libico Khalifa Haftar, a Tobruk.
Eppure l’accordo raggiunto il 25 luglio scorso a Parigi tra i due capi libici, oltre a essere destinato ai libri di storia (come il nome del presidente francese Emmanuel Macron, che ha favorito l’iniziativa), potrebbe portare a una svolta. L’accordo prevede elezioni politiche a primavera e, soprattutto, il cessate il fuoco tra le due parti.

Si tratta di stringere i denti ancora per circa un anno, dunque. Ammesso e non concesso che una Libia più stabile riesca comunque a fronteggiare i gruppi criminali che, attraverso il deserto, conducono i loro traffici illeciti di esseri umani. Degli storici rapporti con la Libia, insomma, all’Italia resta solo la vicinanza geografica – con tutto quel che ne consegue. È la Francia di Macron invece ad essersi ritagliata un ruolo sempre più rilevante. La buona notizia, però, è che Francia e Italia fanno sempre parte di quel complicato intreccio di rapporti che è l’Unione Europea: e, se davvero la Francia già sta annusando il ruolo di leader regionale (con il Regno Unito al lavoro per sciogliere tutti i legami con l’Unione e in attesa delle elezioni in Germania, il prossimo settembre), comunque non potrà non tenere conto di quanto l’Italia ha fatto e continuerà a fare nel Mediterraneo. Già in occasione dell’accordo tra Serraj e Haftar, Macron non ha potuto mancare di riconoscere l’impegno del governo Gentiloni: che forse non entrerà nei libri di storia come la presidenza Macron, ma che comunque i “compiti a casa” li sta svolgendo e dunque può vantare un credito aperto verso la Francia.

 

Liliana Farello

Aquilana, classe '93, attualmente studio Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma. Nel mio futuro mi piacerebbe vedere cosa c'è dall'altra parte del mondo, ci sto lavorando.

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