Cosa c’è da dire sulla seconda stagione di The Handmaid’s tale

La nuova stagione di The Handmaid's tale si è da poco conclusa, confermandosi un prodotto di qualità che però sembra aver perso un po' di smalto

Mercoledì scorso Hulu ha reso disponibile l’ultimo episodio di The Handmaid’s Tale. Tempo di tirare le somme dei tredici nuovi episodi che hanno costituito la seconda stagione.
Poniamoci subito delle domande essenziali:
La seconda stagione è stata all’altezza della prima? No.
Resta un prodotto di qualità? Assolutamente sì. Ma resta qualche appunto che è impossibile non fare.

Dove eravamo rimasti

La prima stagione ci aveva lasciato – così come era stato per il romanzo della Atwood – in un limbo tra salvezza e condanna, tra vita e morte. June entra in un auto e nulla più sappiamo della sue sorti (nel libro vengono ritrovate a distanza di anni le sue memorie, ma nulla ci viene rivelato del suo futuro oltre quel momento).
La seconda stagione di The Handmaid’s tale ha avuto quindi l’arduo compito di costruire laddove nulla era stato detto, proseguendo oltre il solido e affidabile tronco narrativo del romanzo di cui la prima era stata un fedele e contemporaneo adattamento. La perdita di questo sostegno si sente; se non da subito, almeno dopo i primi tre-quattro episodi.

Un salto nel “vuoto”

La sceneggiatura si fa frammentaria, lenta, a tratti immobile. Il tentativo di fuga di June fallisce e il suo ritorno forzato a Gilead ci riporta alle atmosfere sospese e opprimenti del regime imposto su questa nuova frazione americana. Se nella prima stagione si aveva la sensazione di una storia in progressione, verso una direzione sì conosciuta ma unica; nella seconda gli autori sembrano non aver ben chiaro dove vogliono effettivamente andare. June resiste a Gilead (in un riposo richiesto anche dalla sua gravidanza), dove ogni nuovo slancio vitale viene subito sedato e riassorbito nella bolla. Come l’attacco terroristico e suicida da parte di un’ancella appartenente a una cella clandestina che sembra non causare reali conseguenze.

Anche certe dinamiche personali sono poco chiare, tra tutte l’evoluzione del personaggio di Serena. Centro focale di questa stagione è di fatti il concetto di maternità: vissuta in modo fisico, rifiutata in modo quasi autolesionista e poi difesa come una lupa da June; bramata ad ogni costo da parte di Serena. Sono loro i personaggi portanti di questa stagione, ed è proprio il rapporto-scontro tra le due che viene più volte ripreso, analizzato. Ma purtroppo anche l’obiettivo di dipingere Serena come una figura sfaccettata, contraddittoria in quanto donna emancipata costretta comunque a piegarsi alla figura di donna dettata dai Comandanti, fallisce, risultando più irrealistico che tormentato.

Oltre il distretto

Il tratto episodico di questa stagione se da un verso ha reso più trattenuto il racconto, dall’altro ha dato modo di esplorare, di volta in volta, più ambienti del microcosmo a sé stante di Gilead donandoci anche più di qualche momento di alto livello. Scopriamo le colonie; visitiamo nuovi distretti; arriviamo nuovamente in Canada durante un incontro diplomatico.
Con la pluralità di ambienti e l’avanzare della trama, più spazio è stato dato anche alle Mogli, alle Marte, anche a Zia Lidia. Ogni donna, in una posizione “privilegiata” o meno che sia, è chiusa in una definizione, in un ruolo che non accetta libero arbitrio, e la lotta di June diviene una lotta per tutta le ancelle, ma anche una donna per ogni singola categoria di donna.

“Non avrebbero dovuto darci una divisase non volevano farci diventare un esercito.”

Visivamente e a livello di qualità di realizzazione The Handmaid’s Tale si conferma assolutamente una serie di altissimo livello. Ogni inquadratura è giostrata in modo perfetto e gioca un ruolo fondamentale nell’amplificazione delle sensazioni. Così come la fotografia ormai familiare e la perfetta commistione audio-visiva che dona a ogni momento campale il giusto accompagnamento musicale.

La regina della serie

Altra, e più importante, nota a favore è la conferma di avere dalla propria degli attori impeccabili. Elizabeth Moss è la regina indiscussa della serie e probabilmente non ha rivali tra le altre protagoniste di serie drammatiche (è stata difatti candidata come Miglior attrice protagonista in una serie drammatica agli Emmy Awards, insieme agli interpreti della serie presenti nelle altre categorie – 20 in totale). I suoi primi piani sono memorabili e con la sua fisicità riesce a farsi catalizzatore e veicolo delle emozioni tormentate che affronta June.

The Handmaid’s Tale resta quindi, al di là di tutti gli appunti, un ottimo prodotto che inevitabilmente soffre il confronto con una prima stagione impeccabile. Non è ancora ben chiaro quante stagioni vogliano costruire i produttori della serie, anche se il nocciolo narrativo da cui tutto nasce resta potente quanto limitato e mi auguro che non venga stiracchiato in modo eccessivo e confuso.
Il finale della seconda stagione però ha visto June compiere l’ennesima scelta, preda forse di un’incoscienza rivoluzionaria, che tutti speriamo possa veramente condurre a una terza stagione decisiva e con un procedere più incalzante e consapevole.

Martina Neglia

Classe 1993. Studio Fisica, ma non sembra.

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