Di Maio lancia la “terza” Repubblica: la metamorfosi del M5s è completa

All'indomani del voto di domenica 4 marzo, l'Italia ha bisogno di un vero e proprio partito al governo: per il MoVimento di Di Maio è tempo di metamorfosi

La terza Repubblica in realtà esiste già da anni, ma il candidato premier del M5S Luigi Di Maio fa bene a prendersene il merito: il passaggio è avvenuto proprio grazie ai 5 Stelle, anche se al tempo correva l’anno 2013 e l’evoluzione da movimento a partito ancora non era avvenuta.

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Non può neanche passare inosservato che la definizione di “terza” Repubblica è solo una comoda convenzione: la Repubblica italiana è sempre una, quella nata con la Costituzione del 1948, e (almeno a livello istituzionale) è rimasta sempre la stessa. Tuttavia, per comodità di esposizione, si arrivò a dividere la storia recente italiana prendendo come spartiacque i mesi che vanno dal 1992 al 1994: quando, cioè,
una concomitanza di situazioni ed eventi ha determinato una crisi interna tale da
modificare irreversibilmente le componenti dell’ordinamento democratico. La stessa cosa è accaduta non domenica scorsa, ma già con le elezioni del 2013: è stato a quel punto che il Movimento (allora ancora in mano a Beppe Grillo) si è affermato sulla scena nazionale con una forza prorompente, in grado di modificare l’assetto bipolare a cui la “seconda” Repubblica ci aveva abituato.

Piuttosto, domenica scorsa si è assistito alla formale istituzionalizzazione del Movimento: se finora i suoi militanti hanno potuto rifiutare la definizione di partito, adesso non vi sono più possibilità. È il prezzo da pagare per entrare ufficialmente nell’età adulta del movimento. D’altra parte, volendo considerare la definizione che il politologo Giovanni Sartori diede di “partito” come “qualsiasi gruppo politico identificato da un’etichetta ufficiale che si presenta alle elezioni, capace di collocare attraverso le elezioni (libere o no) candidati alle cariche pubbliche”, non c’erano poi così tanti motivi per cui il M5s non potesse essere considerato tale anche prima della scorsa domenica.

D’altra parte, cos’è che li differenziava dagli altri partiti? L’orizzontalità dei meetup e del principio “uno vale uno” è ormai un ricordo, così come la verve con cui rifiutarono gli otto punti proposti da Bersani durante il mandato esplorativo conferitogli dall’allora Presidente della Repubblica Napolitano, subito dopo la vittoria del 2013. Oggi il Movimento ruota attorno al proprio capo politico, Luigi Di Maio, “eletto” a settembre con poco meno di 31mila voti online sulla piattaforma del blog (che nel frattempo Beppe Grillo ha abbandonato) e lancia “appelli alla responsabilità” in vista della formazione di un governo. Responsabilità: quella dei vincitori.

La responsabilità di rispondere a circa dieci milioni di elettori (10.727.567, il 32,68% dei voti alla Camera e 9.729.621, il 32,22%, al Senato) che si dividono tra chi ha confermato la propria fiducia al Movimento e chi (sono loro i veri protagonisti di questa tornata elettorale) ha concesso loro il proprio voto per la prima volta. L’emorragia di voti più eclatante è stata quella degli elettori del Partito Democratico, come rilevato dai sondaggi – e proprio di questo discuterà la Direzione, convocata per lunedì.

Il fatto è che finalmente il M5s, con Di Maio, convince. È l’entità di tale dato la grande novità di queste elezioni. Il programma elettorale (tante idee, per lo più incentrate sull’abbattimento dei costi della politica e del lavoro, il tutto volto a raccogliere fondi per misure quali il reddito di cittadinanza e l’innalzamento delle pensioni minime: sul blog vi è un riepilogo di costi e coperture) ha fatto presa e adesso arrivare fino in fondo è questione di vita o di morte. La pena da scontare, in caso di fallimento, è il rischio che la nuova “terza Repubblica” sia destinata a restare una parentesi, una risposta estemporanea a una crisi che il Movimento ha cavalcato fino ad arrivare (presumibilmente, per ora) a Palazzo Chigi; e che, a parentesi chiusa, si torni alla tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra, caratteristica principale della “seconda” Repubblica.

La peculiarità del MoVimento 5 Stelle, che apparentemente non rientra nella logica della suddetta contrapposizione, determina anche quella della scelta che ora si pone davanti ai suoi leader: aprire al Partito Democratico (sempre più facile, soprattutto ora che Matteo Renzi ha rassegnato le proprie dimissioni da segretario) o alla Lega di Salvini. A quel punto la trasformazione sarà completa e l’esito della legislatura dipenderà dall’abilità del partito di Di Maio: finalmente al governo, finalmente nella condizione di dimostrare che lo “tsunami” a cinque stelle, oltre che spazzare via il vecchio, è in grado anche di costruire qualcosa di nuovo.

Liliana Farello

Aquilana, classe '93, attualmente studio Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma. Nel mio futuro mi piacerebbe vedere cosa c'è dall'altra parte del mondo, ci sto lavorando.

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