Donald Trump: cento giorni di paura

1 primi 100 giorni tra ossessioni e manie del più contestato dei presidenti americani

Il 29 gennaio 2017 è ormai per tutti, soprattutto per gli americani, una data storica, una giornata che ha visto l’insediamento di Donald Trump alla White House. Sono trascorsi ormai più di cento giorni  e le percezioni delle paure, che si intuiva da parte di tutti durante le elezioni, si sono confermate durante questi tre mesi di amministrazione Trump.

Donald Trump è ossessionato da chiunque sia interessato alla sicurezza nel mondo, è completamente avverso alla politiche che dovrebbero inglobare la salute di tutti i cittadini statunitensi, è fissato con la giustizia penale e il costituzionalismo, ha un’idea molto personale di quelli che sono chiamati “diritti civili” per non parlare infine dell’istruzione pubblica. È davanti agli occhi di tutto il mondo che Donald Trump è un presidente inaffidabile, il suo rigore nell’essere un uomo egocentrico, impulsivo e ambiguo espone de facto gli Stati Uniti d’America ad una posizione di vulnerabilità. Noto come un uomo ambizioso che ha voluto fortemente imprimere il suo nome a carattere cubitali sulle “Trump Tower”, che sono la reale altezza della sua moralità, la sua umanità si misura in centimetri. D’altronde non stiamo dicendo nulla di nuovo, in fondo il Presidente, in una intervista di qualche anno fa, disse di se stesso che “Sono quello che sono”, ma allora si trattava di puro esibizionismo mediatico, mentre oggi, il clown dal ciuffo biondo più popolare al mondo, gioca sulla scacchiera dei grandi poteri. Donald Trump ha basato la sua campagna elettorale su verità dinamiche, o per meglio dire su bugie, dette anche male. A cento giorni dall’insediamento alla Casa Bianca il modo di vivere la quotidianità delle persone è mutato, talvolta si percepisce chiaramente la paura negli occhi del cronista di turno che teme di dare la peggiore delle notizie, perché quel pazzo di Donald Trump si diverte così, la sua politica è sconvolgere i media con frasi ad effetto come i suoi tweet provocatori nei confronti alla Corea del Nord, che Kim In-ryong, un rappresentante del regime radicale della Corea del Nord ha bollato come “una situazione pericolosa che potrebbe sfociare in una guerra termonucleare da un momento all’altro”, oppure quando si è congratulato con Recep Tayyip Erdoğan per aver passato un Referendum che rafforzava il suo ruolo autocratico in Turchia, per non parlare infine dell’atteggiamento tenuto nei confronti della cancelliera Angela Merkel in visita di Stato alla Casa Bianca.  Ecco Donald Trump è questo, e come un rapper, ride smalizioso alle telecamere, mentre la sua groupie personale Made in Slovenia tenta di camminare a schiena dritta sul suo palcoscenico più ambito. A Donald Trump sembra importare soltanto della sua immagine pubblica, le sue smorfie risultano sempre infastidite, spesso annoiato. È arrogante. Con tutti, soprattutto con i giornalisti alla Casa Bianca. Non li degna di considerazione, si burla di loro nelle conferenze stampe, è indisciplinato e infine sbotta in frasi apocalittiche che non passano certamente inosservate. Secondo i cronisti, la Casa Bianca è diventata una specie di Grande Fratello, l’amministrazione Trump è molto indaffarata nell’intrattenere il suo sultano annoiato e in preda ad una crisi adolescenziale da un momento all’altro. Noi italiani siamo avanguardisti, meglio di chiunque altro capiamo l’imbarazzo che gli americani stanno provando in questo momento, abbiamo avuto per vent’anni il governo Berlusconi, cosa che naturalmente non auguriamo a nessuno. Durante questi primi cento giorni alla Casa Bianca, Donald Trump non ha mai perso la sua retorica populista, ma lo sanno anche gli americani che lo hanno votato che lui è uno plutocratico e d’altronde non ci devono stupire le sue posizioni in merito all’assistenza sanitaria e alla riforma fiscale. Barack Obama prima che abbandonasse la Casa Bianca disse al suo successore che

“C’è una leggera follia nel pensare che lei sia il leader del mondo libero”.

La presidenza di Trump rappresenta una ribellione contro il liberalismo stesso, nelle dichiarazioni pubbliche di Trump non si sono mai registrate progressi morali, il suo comportamento e le sue politiche promuovono una politica di livore. Mentre gli altri, gli immigrati, sono il suo pasto preferito contro i quali pronuncia restrizioni e con l’aggiunta di nuove assunzioni di ufficiali per rafforzare le guardie ai confini. La ribellione di Trump contro la democrazia liberale è inquietante. Da quando, nel 1989, cadde il muro di Berlino e l’Unione Sovietica si dissolse la democrazia liberale crebbe non solo in Europa centrale ma anche quella orientale. Per trent’anni questo processo sembrava non volere arrendersi ma con l’avvento delle primavere arabe, tutte fallite, e la caduta delle torri gemelle, nazioni come la Russia, l’Ungheria, le Filippine, la Thailandia, l’India e la Gran Bretagna hanno abbracciato il nazionalismo, un pensiero politico che non può che declinare i destini di questi Paesi alla caduta. La democrazia contemporanea è in crisi e lo dimostrano le elezioni politiche in Francia che vedono protagonista il Front National con Marine Le Pen che conta tra i suoi alleati i fascisti Axel Loustau e Frédéric Chatillon. In Turchia, Erdogan ha imprigionato migliaia di avversari politici e semplici civili. L’onda antidemocratica che imperversa nel mondo non va sottovalutata, non va ignorato il fallimento della democrazia in Occidente perché come diceva Edward Luce:

“Non sappiamo se la recessione democratica del mondo diventerà una depressione globale”.

Anita Likmeta

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