Una riflessione sulla divulgazione in rete: quali sono gli errori dei comunicatori?

Anche i divulgatori possono commettere degli errori tattici nella comunicazione. Vediamone alcuni

Molti linguisti, sociologi ed esperti di comunicazione si sono occupati di tipizzare le reazioni degli utenti medi in rete. Anche io ne parlo, nel mio nuovo libro che dovrebbe uscire a ottobre (Social-linguistica: questioni di lingua e di vita sui social network): i noivoisti, i benaltristi, i complottisti. Del resto, siamo tutti più o meno coscienti delle difficoltà di interazione che si ripropongono continuamente nelle discussioni online: conosciamo a menadito le definizioni di bias o pre-giudizio, di echo chamber o filter bubble, per citarne solo alcune.

Vorrei, qui, in poche righe, occuparmi di una questione correlata: le difficoltà che hanno, invece, quelli che sarebbero titolati a spiegare un certo argomento, nel rapportarsi con la “massa” degli utenti, non sempre ben disposti. Perché va detto: anche quando si hanno le competenze, è estremamente complesso non cadere in vere e proprie trappole interazionali che ci fanno, impercettibilmente ma inesorabilmente, scivolare verso il torto.  Eccone tre esempi.

  1. La rivendicazione della competenza

Guarda, ti devi fidare di me: sono laureato in; Io sono competente in questo campo e ti assicuro che..; Sono vent’anni che mi occupo della questione e ne so sicuramente più di te; Mica vorrai comparare le tue letture su Internet con il mio master?

A chiunque, anche al più santo degli esperti, a un certo punto viene voglia di esplicitare l’argomento della competenza. Purtroppo, per quanto la rivendicazione delle proprie conoscenze sia sacrosanta, l’impressione che si dà autocertificandosi in maniera più o meno esplicita non è mai positiva.

Certo, aggiungo che, almeno io, quando mi rapporto alle persone su una questione che magari conosco bene, vado a vedere chi sia il mio interlocutore, e il mio livello di “spiegoneria” sarà diverso se ho a che fare con una persona che ha una formazione specifica in un determinato campo oppure no. Quindi: consiglio di evitare il “fidati, ne so più di te”, che non funzionerà con chi ha un pre-giudizio ben radicato e non ha la minima intenzione di cambiare idea, mentre credo sia buona norma andare a vedere chi siano i nostri più accesi oppositori per capire se è il caso di continuare a dare spiegazioni, oppure se sia meglio lasciar perdere.

  1. La fatica di rispiegare

Abbiamo già parlato mille volte di questa questione; Insomma, prima di dire sempre le solite scemenze, informati!; Non posso continuare a ripetere sempre le stesse cose!; Ma possibile che io debba ancora una volta rispiegare le basi?

La risposta è sì: occorre quasi sempre rispiegare quanto più possibile. Purtroppo, il modo odierno di conoscere la realtà è estremamente orizzontale: ci si tende ad appiattire su un presente cognitivo senza profondità temporale.

Guardiamo i comportamenti stigmatizzati da gruppi Facebook come Raccolta statistica di commenti ridondanti: nessuno sembra prendersi la briga non solo di approfondire le conoscenze su un certo argomento, ma nemmeno di leggere i commenti in una discussione precedenti al proprio.

Per esempio, conto a centinaia le persone che, quando si discute della questione del femminile dei nomi di professione, cita con scherno la richiesta di Laura Boldrini di essere chiamata presidenta: questa notizia è falsa, creata ad hoc da alcune testate giornalistiche, ed è stata più volte confutata dall’interessata, dall’Accademia della Crusca, chiamata a sua volta in causa, e da svariate decine di persone coinvolte nelle discussioni. Eppure…

Quindi che fare? Sicuramente, secondo me, evitare di rifugiarsi dietro a commenti come “non posso certo mettermi a rispiegare tutto”; forse, non possiamo davvero metterci ogni volta a farlo, ma dobbiamo tener conto di questa debolezza cognitiva e dare una mano a chi ci legge: fornendo, ad esempio, link di approfondimento e risposte compunte, informate e circostanziate, tutte le volte che possiamo. Non tutti hanno la competenza di cercarsi da sé le fonti valide su Google. Chi lo sa fare meglio, può aiutare gli altri.

  1. I social come contesto inadatto all’approfondimento

Qui non ho abbastanza spazio per argomentare; Non è certo un argomento da social; Se vuoi saperne di più leggiti qualche libro (variante: leggiti qualcuno dei miei libri); Ho già detto quello che dovevo dire, non ho intenzione di commentare oltre (optional: arrivederci/saluti/me ne vado).

Altro errore, spesso commesso in buona fede, degli esperti: pensare ai social come un contesto di “cazzeggio”, nel quale non ci si può dilungare più di tanto. Di fatto, sfruttando la nota caratteristica ipertestuale della rete, si possono fornire link per approfondire e chiarificare, cercando anche, nel poco spazio disponibile, di dare quante più informazioni possibili. Una vera faticaccia, concordo, ma forse l’unico modo per non fermarsi al livello del “blastare”, ossia del prendere in giro gli ignoranti, ma per cercare di svolgere davvero il ruolo di comunicatori e divulgatori al quale molti di noi aspirano. Blastare dà un’enorme soddisfazione momentanea, ma dal mio punto di vista non fornisce vere soluzioni.

Ricordiamo, infine, che il comunicatore avrebbe pure il ruolo di “tradurre” informazioni specialistiche a uso e consumo dei non specialisti. Non arrocchiamoci, quindi, nei paroloni, ma facciamo lo sforzo di parlare in maniera chiara e semplice.

  1. Quindi?

Ovvio che spiegare e rispiegare e rispiegare ancora è faticoso. Ovvio che insistere a discutere porta via tempo. La mia ricetta personale si riassume in due parole: quieta assertività.

  • Cerco di non perdere mai la pazienza: rispiego, rigiustifico, ignoro le reazioni scomposte.
  • Cerco di usare le “parole giuste”. Mi soffermo a riflettere su come si possano dire certe cose nella maniera più chiara possibile.
  • Non parlo mai, anche delle cose che conosco bene, portando solo la mia competenza (non dico mai “fidati di quello che ti sto dicendo”), ma fornendo sempre rimandi a fonti valide che avallino la mia posizione.
  • Cerco di valutare, di momento in momento, se ha senso continuare la discussione. Se dall’altra parte scopro esserci un mitomane, per esempio, la smetto, perché non c’è nessuna predisposizione alla disputa felice, come direbbe il mio collega Bruno Mastroianni, che contestualmente invito a dire la sua su questo argomento.
  • Infine, anche quando tutto mi sembra senza speranze e il contesto completamente ostile, mi ricordo di quanto sia importante la maggioranza silenziosa di coloro che leggono, e leggeranno, le mie risposte, e si faranno, nel silenzio del loro lurking, la loro idea personale sulla questione. Quando gli interlocutori diretti sembrano darci grandi dolori e grattacapi, ricordiamoci che scripta manent e che ognuno dei lettori presenti e futuri di quello che abbiamo scritto avrà la possibilità di fruire positivamente delle nostre parole.

 

 

 

Vera Gheno

Sociolinguista, specializzata in comunicazione mediata dal computer, PhD in Linguistica e Linguistica Italiana, insegna come docente a contratto all'Università di Firenze (Laboratorio di italiano scritto), all'Università per Stranieri di Siena (Laboratorio di alfabetizzazione informatica) e al Middlebury College (sede di Firenze; Sociolinguistica). Collabora con l'Accademia della Crusca dal 2000 e dal 2012 ne cura il profilo Twitter. Traduce letteratura dall'ungherese. Ha pubblicato un libro, "Guida pratica all'italiano scritto (senza diventare grammarnazi)" (2016, Firenze, Franco Cesati Editore).

1 Commento

  1. Avatar
    laurasphera agosto 23, 2017

    Concordissimo.

    Reply

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. i campi richiesti sono contrassegnati*