Elezioni 2018: dove finisce il Rosatellum, inizia la vera campagna elettorale

Il campo di battaglia è pronto, in vista del 4 marzo. L'oggetto della contesa, l'unico lasciato dal nuovo sistema elettorale, sono gli indecisi. Lo strumento, ormai, resta solo l'ideologia

Meno male che c’è il Rosatellum: un sistema elettorale che, di fatto, toglie gran parte del lavoro dalle spalle degli elettori. Non che vi sia niente di cui scandalizzarsi: determinare la forma della legislatura per la nascita della quale vengono creati è proprio tra i compiti dei sistemi elettorali.  Ma quello con cui si andrà a votare il 4 marzo è un vero e proprio capolavoro d’ingegneria costituzionale: un sistema proporzionale (ma con una quota di maggioritario, per non tradire la comodità della formula mista di cui l’Italia ha scoperto di non poter fare a meno), la divisione in collegi uninominali, tanti e di dimensioni ridotte (per lasciare meno speranze ai partiti minori) e plurinominali senza voto di preferenza (così che sia garantita la coesione interna dei partiti, che non correranno il rischio di spaccarsi al proprio interno sui nomi da mandare a Montecitorio o a Palazzo Madama). Un capolavoro, dunque, il cui artista è soprattutto il centrodestra: tradizionalmente infatti la sinistra non è mai andata troppo d’accordo con il proporzionale. Per un polo così fragile (come ha dimostrato la defezione del Presidente del Senato Piero Grasso, con il suo partito Liberi e Uguali), esporre ancora di più il fianco al rischio di frammentazione non si è mai rivelata una buona idea fin dai tempi della “prima” Repubblica (il Psi cominciò a perdere pezzi con l’esodo del Psdi nel 1947, poi del Psiup nel 1964, poi il Pci perse il Manifesto nel 1969, fino ad arrivare al polo, il vero e proprio “centro” sinistra, del post-tangentopoli).

Quanto ancora si può guadagnare dunque con la campagna elettorale? Di certo vi è ancora un margine d’azione, soprattutto quando l’astensionismo sempre più alto può tradursi in una scorta di voti da cui attingere. Eppure che a contendersi Palazzo Chigi sia un nome (già, ma chi?) di centrodestra o centrosinistra è ormai fuori di dubbio: i sondaggi, per quanto da prendere con le pinze – per propria natura – parlano chiaro, le analisi dei collegi anche. Laddove finisce il sistema elettorale, dunque, inizia la campagna vera e propria.

L’analisi della situazione economica del nostro Paese è il minimo comune denominatore dei diversi programmi. Per quanto riguarda però i costi e la fattibilità delle proposte, chiaramente la lotta si riduce a chi la spara più grossa – tanto sarà possibile giudicare solo a posteriori. Eppure, alla resa dei conti, proprio a questo punto ritorna in campo l’ideologia: torna a fare il proprio dovere, tanto a destra quanto a sinistra (manca solo tra i 5 Stelle, in effetti), mettendosi al servizio dell’elettore indeciso. Basta prendere come esempio la cosiddetta Flat Tax, un’aliquota unica dal valore ancora da definire, ma che oscilla dal 15%  proposto dalla Lega Nord al 20%, secondo Forza Italia. Proprio che la percentuale da pagare sia uguale per tutti è invece quanto viene fortemente osteggiato dal centrosinistra, in previsione piuttosto della prosecuzione (ed estensione) della politica degli 80 euro in più in busta paga, magari anche per i lavoratori autonomi, stando alle proposte del Partito Democratico, fino a una rivoluzione del welfare secondo un aumento progressivo delle aliquote (come prospettato da Liberi e Uguali).

Ecco allora come riemerge il liberalismo più sincero del centrodestra, quando si arriva ad affermare (è scritto chiaramente nel programma della Lega Nord di Salvini) che il senso alla base di tale politica sia esattamente stare “dalla parte di chi produce ricchezza, soprattutto dei piccoli imprenditori, commercianti e artigiani”. Dall’altro lato il centrosinistra, tradizionalmente più inclusivo, tenta di porre in cima alle priorità proprio la redistribuzione della ricchezza (Liberi e Uguali), previdenza e lotta alla povertà (+Europa), rilancio del ceto medio (Partito Democratico). L’ideologia diventa, anzi torna, o forse non ha mai cessato di essere, la discriminante per prendere la decisione finale, quella da esprimere dentro la cabina elettorale. Difficile crederlo, in effetti: in un’Italia dove da decenni non è neanche più possibile parlare di “destra” e “sinistra” senza farle precedere dal prefisso “centro”, a sopravvivere è un’ideologia decisamente annacquata. E se, per quanto riguarda la destra, si tratta di una necessità, ovvero prendere le distanze da un passato ingombrante (sebbene poi, quando si arriva a fatti come l’attentato di matrice fascista avvenuto sabato scorso a Macerata, l’occasione per una condanna ferma e decisa sia stata fatta sfuggire, limitandosi a blande dichiarazioni di circostanza), per la sinistra quella definizione di “centro” è una maledizione per la quale continua a farsi del male da sola: di qui la tendenza alla frammentazione, alla lotta interna, alla debolezza intrinseca.

E poi c’è il MoVimento 5 Stelle: antisistema, volutamente trasversale, che fa dell’annacquamento delle ideologie tradizionali il proprio punto di forza. Che questa strategia sia vincente o meno, si scoprirà proprio il 4 marzo. L’analisi di voto collegio per collegio vede il movimento di Grillo (cioè, di Luigi Di Maio) particolarmente combattivo soprattutto al sud, dove in effetti il tessuto sociale aveva cominciato a diventare sempre più permeabile già agli albori della seconda Repubblica. La via era dunque già spianata per una nuova forza, pronta a sovvertire l’ordine tradizionale delle cose. Ed è proprio questa terza possibilità che viene data agli elettori, quella cioè di poter contare su un’alternativa ai due poli tradizionali della politica non solo italiana, ma occidentale, la vera caratteristica non solo delle prossime elezioni, ma di una tendenza generale che oltrepassa i confini nazionali.

Liliana Farello

Aquilana, classe '93, attualmente studio Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma. Nel mio futuro mi piacerebbe vedere cosa c'è dall'altra parte del mondo, ci sto lavorando.

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