Elezioni 2018, le sentenze della stampa estera

Dopo i risultati del 4 marzo i giornali internazionali hanno affondato il colpo finale (senza pietà)

Una settimana è passata dall’ultima chiamata alle urne e il prossimo futuro non si prospetta di facile soluzione. Forse la stampa estera ci aveva visto più lungo dei nostri analisti oppure più semplicemente la freddezza e la distanza sono più favorevoli all’analisi in generale, con buona pace dei soliti polemici. Non sempre dunque la visione di pancia e dall’interno offre spunti di riflessione e di critica costruttiva: è chiaro però che dall’estero il quadro e il messaggio che sta mandando l’Europa non è certo chiaro e univoco. L’Italia da ultima, con un risultato delle elezioni chiaro ma non sufficiente, ora è sulle pagine di tutti i giornali esteri.

Meno Europa e più nazionalismo

Come già avvenuto in Francia, il Italia i partiti che propongono una visione più accentrata del Paese, hanno avuto la meglio durante la campagna elettorale, facendo discutere e spesso diventando il centro dell’attenzione e dei dibattiti. Le vittorie sono state diverse, in Francia la fiducia è stata data a Macron e in Italia è netta la sconfitta del centro sinistra. L’editorialista del New York Times Roger Cohen ha ben rappresentato il quadro dell’Europa definendo due assetti: quello franco-germano liberal democratico e guidato da Macron e Merkel e quello dei movimenti illiberali arrabbiati, vincitori in Ungheria, Polonia e Italia.

Dal New York Times con amore

La stampa estera si è concentrata anche sulla vittoria dei 5 stelle e non solo sulla debacle politica dei partiti storici come li conosciamo. Sempre Cohen parla di una vittoria di un movimento che ben si è fatto ricettore dello sconforto e degli insuccessi della politica tradizionale, presentandosi online come versione figlia di Berlusconi che a suo tempo era approdato in televisione. Ma a colpire è la causticità con cui si delinea la figura di Matteo Salvini, figlio del movimento di Marine Le Pen, definito come un bigotto anti-immigrato pronto a riempire le strade di forze di polizia per pulire le città.

Il fronte estero compatto

All’indomani dei risultati delle elezioni del 4 marzo, sulle colonne del New York Times si constatava quanto il populismo sia al momento il partito vincente. Stessa linea condivisa dal Guardian e da Le Monde.Il Washington Post, allontanandosi dai colleghi, giudica l’esito delle elezioni italiane come “un altro colpo all’establishment europeo“, riferendosi proprio a quell’idea di cui Macron si è fatto veste, di creare maggiore stabilità politica unita e europea. Un fallimento? Presto per dirlo ma il più vicino al presidente francese era Matteo Renzi, prossimo all’abbandonare gli alti vertici del PD. Una sfida che aspetta i suoi protagonisti.

Al di là degli scenari prossimi futuri, l’immagine del nostro Paese sembra vittima di una classe politica fallita, retrograda e incapace. Il disastro pesa più dei successi che comunque ci sono stati e sono pienamente documentabili. Eppure siamo ancora vittime di pregiudizi, di un complesso di inferiorità che non ci permette di alzare la testa e di riprendere chi con toni da bullo, deride il pacchetto intero senza conoscerne tutto il contenuto. Ecco perchè mai come in questo momento quello che serve all’Italia è un leader fatto e già confezionato, in stile super eroe ma senza mantello. Chiunque riceverà l’incarico non solo dovrà creare alleanze ma mantenerle e farle girare come ingranaggi di una macchina perfetta. Un’impresa. Ma del resto nessuno ha mai detto che queste elezioni sarebbero state facili.

Giulia Papapicco

Classe 1988, laurea in Lettere e via, a New York per un anno facendo indigestione di pancakes e sciroppo d'acero ma soprattutto avendo modo di conoscere culture nuove. Scrivo per passione da sempre perchè solo in questo modo riesco a vedere le cose come sono veramente.

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