F. Scott Fitzgerald: la voce dorata della gioventù perduta

F. Scott Fitzgerald fu una tra le voci più grandi dell'Età del jazz, il periodo d'oro dei Ruggenti anni '20 americani. Ripercorriamone il mito, i successi e gli eccessi

Non sono sentimentale… sono romantico. Il fatto è che i sentimentali credono che le cose durino… I romantici hanno una fiducia disperata che non durino.

(F. Scott Fitzgerald, Al di qua del paradiso, 1920)

F. Scott Fitzgerald (1846-1940) fu una tra le voci più grandi dell’Età del jazz, il patinato periodo d’oro dei ruggenti anni ’20 americani (The roaring twenties), l’era del foxtrot, delle maschiette e della prima rivoluzione sessuale, ma anche l’era del proibizionismo e della vacuità.

Fitzgerald, figlio del Middle West, di un padre aristocratico gentiluomo cattolico e di una madre romantica e irrequieta, figlia della nuova borghesia, crebbe prigioniero di queste due opposte tensioni, diviso tra gli ideali del mondo aristocratico del Sud, trasmessi dal padre (che tuttavia non si era dimostrato capace di provvedere adeguatamente, a livello economico, alla famiglia) e l’indiscutibile fascino che la ricchezza dei nonni paterni (acquisita attraverso il commercio) esercitava sulla sua immaginazione. La constatazione del fallimento paterno in contrasto con il successo dei nonni materni non impediva comunque al giovane scrittore di rilevare quei tratti caratteristici del mondo dei nuovi ricchi e della benestante società, come corruzione e una profonda apatia, ostentata spesso come indice di una presunta “superiorità”.

Incontro decisivo per lo sviluppo della personalità artistico-letteraria del giovane Fitzgerald sarà quello con l’eccentrico padre Fay, uomo di profonda cultura che seppe intuire dietro l’apparenza superficiale del suo allievo l’intelligenza fine, la sensibilità e le sue enormi potenzialità. Sarà a lui che Fitzgerald dedicherà il suo primo romanzo “Al di qua del Paradiso” (1920), a cui lavorerà durante gli anni di studi universitari a Princeton, che rappresenteranno il momento forse più spensierato della vita del giovane intellettuale. Qui conobbe alcune personalità di spicco del mondo intellettuale, entrando a far parte dei più importanti circoli universitari (Triangle Club) e approfondendo i suoi studi letterari, prediligendo autori come Wilde e Shaw e poeti romantici come il preraffaellita Keats, tra le feste mondane e i divertimenti dei giovani benestanti del suo tempo.

Ma il destino aveva previsto per lui l’incontro fatale con la giovane e appariscente Zelda Sayre, spregiudicata figlia di un noto giudice dell’Alabama. Ben disposta a dare scandalo di se con comportamenti compromettenti, Zelda amava vivere nell’agio, a cui non avrebbe rinunciato per nulla al mondo (rifiutò la prima proposta di matrimonio di Scott, finché non ebbe assicurato il suo successo come scrittore e la conseguente sicurezza economica) e rappresentava il prototipo della nuova figura femminile della maschietta, una ragazza benestante, libertina e dedita esclusivamente alla mondanità e ai frivoli passatempi, che fu una fonte di ispirazione ricorrente nei personaggi femminili delle opere di Fitzgerald.

Sapeva che baciando quella ragazza, e unendo per sempre quelle indicibili visioni al mortale respiro di lei, la sua mente non avrebbe più spaziato come quella di dio.

(F. Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby, 1925)

Credits photo: Il Messaggero.it

I due giovani belli e dannati si sposarono a NYC nel 1920, creando il mito “della bellissima coppia, eroina, simbolo e interprete di tutte le prodezze sofisticate dell’età del jazz”. Le loro feste divennero leggendarie e gli scandali, soprattutto legati al loro eccessivo uso di alcolici, alimentavano la stampa americana (furono persino espulsi per ubriachezza, durante la loro luna di miele, dall’hotel Biltmore di NY).

I Fitzgerald divennero un modello in cui le giovani generazioni di quell’epoca dorata si ritrovavano, così come nelle storie e nei personaggi delineati della penna di Scott che, tuttavia, dopo i primi successi, visto l’aumentare dei debiti contratti per far fronte ad un tenore di vita eccessivo per le loro finanze, fu costretto a svendere la propria narrativa pur di racimolare il denaro necessario a coprire le ingenti spese che, tuttavia, non era mai sufficiente. La coppia viaggiò molto, in Europa soprattutto, con lunghi soggiorni tra l’Inghilterra, Roma e soprattutto la Francia dove, a Parigi, vissero anche per cinque anni nel tentativo di allontanarsi dalla dispendiosa vita nella metropoli americana, ma senza successo.

Intanto le delusioni lavorative alimentavano il senso di frustrazione di Fitzgerald, che insieme ai problemi economici (in crescita dopo la nascita della figlia Frances) dovette fronteggiare anche una lunga crisi matrimoniale con Zelda, fatta di continui litigi a causa soprattutto del presunto innamoramento da parte di quest’ultima per un aviatore francese. L’invadente presenza della stampa certo non facilitava il recupero del loro rapporto matrimoniale, e mentre Scott si annullava sempre di più, diluendo le pene nel vizio del bere, Zelda cominciò a dare i primi segni di squilibrio mentale che la portarono più volte negli anni successivi anche a lunghi ricoveri in case di cura dove le venne diagnosticato il problema della schizofrenia.

Ormai disilluso e schiavo del suo vizio, Fitzgerald morirà, a causa di un infarto, nel 1940, lasciando alla letteratura, oltre ai grandi capolavori indiscussi dei suoi romanzi, anche alcune tra le più belle raccolte di racconti, piccoli gioielli di narrativa (pensiamo a “Il curioso caso di Benjamin Button”, contenuto nella straordinaria raccolta Racconti dell’Età del jazz, 1922) mentre Zelda lo seguirà, otto anni dopo, vittima di un incendio sviluppatosi nella casa di cura psichiatrica in cui si trovava.

La coppia più invidiata del secolo del jazz, nella sfavillante frenesia di una New York in piena crescita verticalizzante, si disgregava in una nebbia alcolica, così come la generazione che rappresentava, annientata, poi, dalla grande crisi del ’29 che arrestò il mito dell’onnipotenza americana.

La guerra aveva lasciato dietro di se lo spettro della fragilità e della morte, una nera scia, un vuoto da colmare con i mezzi più futili, allontanandone il ricordo con la frivolezza della mondanità dorata. Una gioventù perduta, annoiata e in cerca di distrazioni quella dell’America degli anni Ruggenti, del boom di Wall Street, al grido di un’esaltazione edonistica dell’esistenza votata alla morale del bello e del piacere.

Eppure l’illusione di questa gabbia dorata nascondeva un’insoddisfazione latente nei giovani che ricorda, per molti aspetti, l’apatia delle generazioni odierne. Non a caso potrebbe essere interessante notare come anche il fenomeno dell’abuso di alcol nei giovani, spia di un profondo malessere, sia oggi un serio problema.

La straordinaria scrittura di Fitzgerald con il suo stile raffinato, acuto e inguaribilmente romantico, ma di un romanticismo urbano, ci proietta nel ritratto impressionista della sua epoca, protagonista indiscussa, con il suo fascino e i suoi eccessi, con gli scandali, lo spirito vibrante, la malinconia, l’anticonformismo spregiudicato e tutte le contraddizioni che ancora non offuscano, anzi esaltano il mito della ribellione ai padri, proprio delle gioventù di ogni secolo.

Credits photo: prezi.com

Sara Fiore

Sara Fiore, siciliana, studentessa universitaria in lettere moderne, classe 1994. Bibliofila, cinefila, letterata, scrittrice in erba passionale come la mia terra. Le parole sono il mio super potere! #thinkcreative

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