Facebook ci conosce molto di più di quanto crediamo: siamo noi a non sapere come funziona

Nei prossimi giorni, Zuckerberg dovrà rispondere davanti al Congresso del caso Cambridge Analytica. Eppure, subito dopo la fuga di notizie, il suo social network ci aveva messo a disposizione tutti gli strumenti necessari per sapere quali dati gli stessimo fornendo

Alla fine, il momento è arrivato: martedì 10 e mercoledì 11 aprile il Ceo di Facebook Mark Zuckerberg comparirà davanti al Congresso degli Stati Uniti d’America, per essere ascoltato circa il caso Cambridge Analytica. Sembra quasi l’epilogo di una creazione, il social network per antonomasia che, come nei migliori film di fantascienza, ha finito per trascendere le funzioni per cui era stata creata fino a diventare un mostro fuori controllo.

Il caso, in breve: intorno al 2013, il ricercatore britannico Aleksandr Kogan ha ottenuto i dati di milioni di iscritti su Facebook tramite un’applicazione (“thisisyourdigitallife”, “questa è la tua vita digitale”) in grado di stilare il profilo psicologico di chi l’avesse usata. Pane per i denti delle agenzie di marketing: questi dati, venduti poi alla società Cambridge Analytica, sarebbero stati utilizzati per pilotare la campagna presidenziale statunitense del 2016, proponendo agli ignari utenti inserzioni, annunci e pubblicità “personalizzate” in base alle preferenze che ormai la società era stata in grado di stilare. Era proprio a Cambridge Analytica infatti che il comitato di Trump si era rivolto per raccogliere dati in vista della campagna presidenziale: il rischio che ora si possa parlare di un vero e proprio “inquinamento” dei voti così raccolti è alto, considerando anche la poca limpidità dell’intera campagna elettorale – con il caso Russiagate ancora in cerca di chiarezza.

Il prezzo da pagare

Quello che più ha colpito in tutta questa storia è l’entità della fuga di dati – perché, nonostante gli sforzi di Facebook di evitare tale definizione, è esattamente questo che è accaduto. Secondo i termini posti da Facebook, infatti, vendere a una società terza dei dati raccolti sulla piattaforma online avrebbe dovuto essere illegale. Non solo: se l’applicazione di Kogan è riuscita a raccogliere i dati di circa 50 milioni di utenti, ciò è stato possibile a causa di una leggerezza del social network che, ancora nel 2014, garantiva l’accesso non solo ai singoli profili che avessero accettati i termini dell’applicazione in questione, ma anche alla lista dei contatti di ciascun profilo. Le regole furono cambiate subito dopo, ma a quel punto per gli utenti di “thisisyourdigitallife” (e per i rispettivi contatti) non c’era più nulla da fare.

Eppure tutto è avvenuto nella più totale trasparenza: chiunque abbia usufruito dell’applicazione di Kogan avrebbe potuto sapere cosa stava rivelando su di sé e sui suoi amici, se avesse posto più attenzione alla normativa sulla privacy. Ma, parlandoci sinceramente, chi lo fa? È facile pensare che, in ogni caso, quello che Facebook verrebbe a sapere di noi non sia così fondamentale. Un’applicazione vuol sapere dove quali sport ci piacciono, quali cibi, quali politici? Sarà in grado di sapere quanto viaggiamo, dove, in che periodo e quanto spendiamo? Saprà la nostra professione, oppure cosa studiamo, o ancora dove vorremmo lavorare o cosa vorremmo studiare? A prima vista non solo non sembra affatto preoccupante, ma potrebbe risultare addirittura utile. È così comodo accedere su Facebook e sapere se sarà una giornata di pioggia o di sole e, se di sole, quanti gradi ci saranno. È utile trovarsi davanti annunci di aziende in cerca di personale specializzato proprio nel campo dove abbiamo studiato; pubblicità di articoli simili proprio a quello che stavamo cercando; offerte di treni e voli diretti proprio dove stavamo pensando di andare in vacanza. Se cedere alcune informazioni su di noi è il prezzo per tanta comodità, questo prezzo non sembra poi così proibitivo.

Ma cosa sa realmente Facebook su di noi?

La questione tuttavia non può ridursi semplicemente al prezzo da pagare: piuttosto, sarebbe da capire anzitutto quanto stiamo effettivamente mettendo sul piatto dell’acquirente. È  proprio su questo che bisogna ancora lavorare. Quando la valuta per tali servizi è rappresentata dai nostri dati, insomma, dobbiamo capire quali stiamo mettendo a disposizione: ed è proprio questo a non essere sempre chiaro. Gli strumenti per farlo sono a nostra disposizione, ma sono nascosti molto bene – talmente tanto che spesso vince la pigrizia. È come pagare un servizio aprendo il portafoglio davanti a chi lo sta vendendo e lasciando che questi prenda quanto vuole dalle nostre tasche. In realtà, il modo per scoprire quanto il nostro “portafoglio virtuale” sia pieno esiste e lo stesso Facebook è incredibilmente chiaro: basta scaricare l’archivio dei nostri movimenti che si trova proprio sul nostro profilo. Nella casella “impostazioni”, c’è una piccola riga con un altrettanto piccolo link: “Scarica una copia dei tuoi dati di Facebook”.

L’archivio dei dati rivelerà dettagli più o meno sorprendenti dell’uso che abbiamo fatto dei nostri profili finora. Se le foto, i video e i contenuti da noi stessi pubblicati sono da dare praticamente per scontati, sarà interessante un giro tra le informazioni di contatto. Molti utenti hanno infatti inserito anche il proprio numero di cellulare tra i dati che Facebook ha conservato (e che ormai conserverà per sempre). Non solo: sebbene chi vi scrive abbia sempre cercato di tenere la propria sim telefonica ben lontana dai social network, evidentemente con qualche passaggio le due sfere devono essersi incrociate… risultato: una rubrica particolarmente ricca sia dei numeri delle persone che risultano tra i contatti su Facebook, sia di chi su Facebook non è mai stato collegato con la sottoscritta, ma che in passato ho salvato in rubrica. Oltre, chiaramente, ad almeno una mail (quella con cui ciascuno di noi accede sul proprio profilo) per contatto.

L’archivio conserva anche tutte le chat passate e presenti, non solo quelle tra noi e utenti ancora iscritti su Facebook, ma anche con chi ha cancellato il proprio profilo. La sezione più interessante tuttavia, quella per cui il social di Zuckerberg è finito nell’occhio del ciclone, è quella relativa agli annunci pubblicitari: spulciando nell’archivio, scopriamo che Facebook ha stilato un profilo per ciascuno di noi in base alle pagine cui abbiamo messo “mi piace”, agli eventi per cui abbiamo mostrato interesse e alle informazioni su di noi con cui abbiamo arricchito il nostro profilo. Ecco in base a quali dati siamo etichettati, ecco come è possibile che le inserzioni e gli annunci rispondano proprio ai nostri bisogno… o, per lo meno, a quelli che un algoritmo crede siano i nostri bisogni. Il fatto che non vada mai troppo lontano dalla verità non deve far dimenticare che a far girare le maglie di questo meccanismo sono strategie di marketing e che, in fin dei conti, la questione si riduce a questo: capire chi detiene il controllo su chi.

Anche in questo caso, Facebook spiega tutto quello che c’è da sapere e sembra anche molto felice di farlo – deve esserlo, in realtà: l’esperienza insegna, e comunque correre ai ripari in maniera così tempestiva non ha salvato Zuckerberg dal doversi presentare davanti al Congresso USA.

 

Facile, dunque. Ma perché allora l’utente medio di Facebook si è sentito tradito? Perché il solo fatto di aver concesso dei dati personali a un’azienda basta per sentirsi vittime di un intero sistema, nonostante esistano tutti gli strumenti necessari a tutelarci? Perché effettivamente, per poterci sentire davvero protetti, manca ancora una vera e propria educazione digitale. Sono vittime le persone a cui nessuno ha mai spiegato come proteggersi. Continuare a vagare nel mondo di internet e dei social media senza aver potuto essere debitamente istruiti a tempo debito, a causa della velocità con cui i social stessi si sono espansi, pone intere generazioni nella stessa condizione di chi viaggia in un paese straniero senza aver mai studiato cosa sia pericoloso o proibito in quel paese. Peccato che l’ignoranza non sia mai una scusa.

Liliana Farello

Aquilana, classe '93, attualmente studio Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma. Nel mio futuro mi piacerebbe vedere cosa c'è dall'altra parte del mondo, ci sto lavorando.

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