Falcone per chi ha 40 anni

Falcone è stato idealizzato e banalizzato dopo la sua morte. Ma abbiamo imparato pochissimo dalla sua vita e dalla sua esperienza di magistrato.

Io Giovanni Falcone l’ho conosciuto quando è morto. Avevo 17 anni. Prima di allora magari mi sarà capitato di sentire il suo nome al telegiornale, ma sinceramente non lo ricordo. Lui è entrato nella mia vita direttamente da eroe, anzi da martire. Prima da solo. Poi in un connubio inscindibile con Borsellino. Falconeeborsellino, pronunciati sempre insieme, raffigurati sui francobolli, scritti su targhe e monumenti ovunque nel Paese. Ricordo le immagini di quell’autostrada disintegrata dalle bombe, le immagini dei funerali. Il luogo della strage, Capaci, che nella mia mente, insieme alla parola mafia, si trasformava da toponimo in aggettivo: capaci di uccidere, di far saltare in aria. Capaci di sfidare lo Stato e di cancellare i buoni dalla faccia della terra.

Solo dopo ho scoperto che, in realtà, Giovanni Falcone in vita non fu affatto considerato un eroe. Anzi.

Fu combattuto aspramente da altri giudici come lui, ma più importanti. I vertici dell’Associazione nazionale magistrati e del Consiglio Superiore della Magistratura lo ostacolarono, lo offesero. Gli negarono ruoli che gli sarebbero spettati. I magistrati scioperarono contro Falcone e la neonata Procura Nazionale Antimafia.

Anche la politica blandì e ripudiò Falcone a fasi alterne, a seconda delle convenienze.

La rimozione degli insegnamenti di Falcone

Di tutto questo, dopo la sua morte, si è parlato pochissimo. Ne parlò Borsellino nell’ultimo discorso pubblico,  il 25 giugno del 1992, una manciata di giorni prima di essere assassinato a sua volta. Ne ha parlato Caponnetto, negli ultimi anni della sua vita. Per il resto, da 25 anni a questa parte, ascoltiamo moltissima retorica sulla figura di Falcone, sul suo sacrificio. Vediamo le sue foto, poche e sempre le stesse, su facebook e twitter girano i meme con le sue frasi celebri (anche qui sempre le stesse), ma non ricordiamo la sua visione alternativa della magistratura e della lotta alla mafia, l’impostazione che seppe dare ai processi di cui si occupò, la ricerca ossessiva delle prove, il rifiuto dei “teoremi”.

A Falcone e Borsellino viene spesso attribuita la “paternità” dell’uso del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Ma Falcone usò quella contestazione all’interno di un quadro probatorio ineccepibile, non ne fece mai il perno di un’inchiesta. In un’intervista contenuta nel documentario “Nemici della Mafia“, di Marcelle Padovani, a proposito dell’art. 416 bis, disse “Non sembra che questa legge, studiata per perseguire specificamente il fenomeno mafioso e per porre rimedio alla mancanza di prove, dovuta alla limitata collaborazione dei cittadini e alla difficoltà intrinseca nei processi contro mafiosi di ottenere testimonianze, non sembra abbia apportato contributi decisivi nella lotta alla mafia. Anzi, vi è il pericolo che si privilegino discutibili strategie intese a valorizzare ai fini di una condanna, elementi sufficienti solo per aprire un’inchiesta”.

A guardare i processi avviati a decine, dopo il 1992, spesso con imputati illustri, fondati quasi esclusivamente sul concorso esterno e conlusisi con un nulla di fatto, direi che le idee di Falcone sono cadute nel vuoto dopo la sua morte. A ben pensarci, ascoltando le mille polemiche sulle scorte, considerate spesso e incredibilmente un privilegio in un Paese nella cui storia si contano oltre 5.000 morti di mafia (escludendo i regolamenti di conti), potremmo dire che per essere inseriti tra i “buoni”, bisogna prima essere ammazzati, ma che nemmeno questo, nel caso di Falcone, è servito per cambiare il modo di combattere la mafia.

immagine da archivioantimafia.org

Fabio Avallone

Napoletano, classe 1975. Cresciuto tra i King Crimson, Maradona e Jorge Luis Borges. Laurea, Master e Dottorato di Ricerca in giurisprudenza, oscillando tra diritto del lavoro e diritto pubblico. Mi diverte scrivere, soprattutto di politica, ma anche di sport, comunicazione e nuovi media. Ho una miriade di passioni dietro le quali ogni tanto mi perdo.

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