Oggi in Francia è la giornata della gonna contro il sessismo

L'iniziativa dei sindacati studenteschi per denunciare il sessismo. Ma ce n'è ancora bisogno?

In Francia un collettivo di sindacati studenteschi (FIDL, UNL) ha invitato ragazze e ragazzi a presentarsi a scuola in gonna per denunciare le disparità di genere e la subalternità della posizione femminile. La Francia non è nuova questo tipo di iniziative, se ne organizzano dal 2010.

Celebre fu la “journée de la jupe” del 2014, quando le proteste ideologiche di manif pour tous contro i matrimoni-gay si erano fatte particolarmente sentire. Non abbastanza, però, da scoraggiare questi giovani a presentarsi a scuola in abiti, secondo cultura, femminili.

Chi non indossava la gonna aveva comunque attaccato sui vestiti un adesivo con la scritta “Quel che solleva la sottana”, dal titolo di un libro della sociologa Christine Bard proprio sulla relazione tra abbigliamento e identità di genere.

È la prima volta però che la manifestazione coinvolge in maniera unanime tutto il paese.

Quello a cui stiamo assistendo in questa giornata – riflette uno degli attivisti – è il fiorire di un movimento che non è stato manipolato ma che nasce da una riflessione sulla società che vogliamo più giusta sulle strategie da adoperare per ottenerla.”

La parità di genere in Italia

In Italia, recenti statistiche ci mostrano come la parità di genere sia ancora lontana in campo lavorativo, visto che le donne guadagnano meno degli uomini e vengono pagate in media il 12,2% rispetto ai colleghi maschi (a parità di livello, ruoli, titolo di studio e competenze) con punte di differenziale che arrivano al 28%. In pratica un uomo viene pagato 14,8 euro l’ora mentre una donna solo 13 euro.

Tuttavia, il dato universale non si discosta di molto: secondo il Gender Gap Report 2016, le donne guadagnano meno degli uomini. Per l’esattezza, gli uomini guadagnano il 12,2% in più e, all’opposto, le donne guadagnano il 10,9% in meno degli uomini.

I casi di Germania e Islanda.

Lo stratagemma tedesco è stato quello di approvare una normativa che dovrebbe favorire la riduzione della differenza salariale. La legge prescrive per le imprese di media e grande dimensione codi render conto, a chi volesse saperlo, della retribuzione al lordo di un collega a parità di situazione lavorativa, posizione occupata e competenze di base. Nel provvedimento sono coinvolte 18 mila imprese tedesche. Mentre circa 4.000 imprese con oltre 500 impiegati dovranno regolarmente fornire dei rapporti proprio sul trattamento salariale, chiarendo quindi quanto gli stipendi siano effettivamente “allineati”.

In Islanda, il governo più “femminile” al mondo – più della metà dei ministri, infatti, sono donne – ha imposto con un decreto la parità salariale, affidando alla polizia tributaria controlli su larga scala, che termineranno con tutta probabilità nel 2022, anno di presunto conseguimento della totale parità salariale.

Il resto d’Europa

Altri provvedimenti simili sono stati discussi e attuati dai governi britannici, statunitensi e svedesi.

Se più governi scendono in campo per cercare una soluzione al probléz, vuol dire che il problema effettivamente esiste e rappresenta massima urgenza. La differenza salariale di genere, è testimoniata da diversi studi a livello internazionale, tanto che l’Unione Europea da anni ha posto l’accento sul tema con un progetto ad hoc per sensibilizzare la legiferazione negli Stati membri.

D’altro canto non è solo la mancata parità economica a spaventare i foraggiatori del gender equality, anzi, quello che spaventa di più é ideologicamente la mancata uguaglianza di status sociale.

Una recente statistica pubblicata sul quotidiano francese libération mostra che 2 uomini su 10 ritengono che il posto delle donne risieda all’interno delle mura domestiche.

Una questione innanzitutto culturale

Mi viene a questo punto in mente un’immagine che ho visto qualche giorno fa su una pagina Facebook abbastanza seguita:

Se la rete inneggia ancora allo stupro, se è ancora una “battuta” a cui dovremmo ridere, allora il problema è più serio di quanto io stessa potessi immaginare.

Mi viene in mente a questo punto un aneddoto risalente al mio primo anno oltralpe, nel lontano 2014.

Un mio collega, Pierre, vedendomi arrivare in università in tuta mi apostrofò con un: “Oggi hai messo la divisa anti-stupro?”. Questa affermazione fatta probabilmente con una leggerezza di circostanza, mi ha iniziato verso l’astio per questa cultura fallo-centrica in cui siamo ancora, consapevoli o no, avvolti.

La battuta del mio collega Pierre sotto intendeva forse con altrettanta mancanza di consapevolezza che se io mi metto un vestito corto e vado all’università, allora un uomo è autorizzato a stuprarmi, ma visto che mi metto la tutta, il grand’uomo in questione, molto gentilmente mi risparmia perché così gli faccio schifo.

Io nel femminismo a priori non ci credo, mi sembrerebbe di instaurare una gara per la supremazia lì dove si dovrebbe solo richiedere un po’ di  giustificato e meritato rispetto, ma la frase di Pierre mi offende, per motivi diversi da quello che la comune morale femminista vorrebbe.

Mi offende tanto quanto mi offende lo sguardo giudicante della collega donna che ritiene che se indosso un vestito e mi trucco non ho diritto all’esercizio dell’intelletto.

Credo semplicemente nella fluidità di pensiero, poco catalogabile forse come espressamente femminista, che rivendica l’aria grigia della capacità di giudizio che ti fa uscire da norme e schemi mentali prestabiliti.

Il pragmatismo del bianco e nero è certamente comodo ma, appunto, castrante.

Allora forse da questi giovani e coraggiosi uomini in gonnella francesi abbiamo da imparare qualcosa anche noi donne, appunto la fluidità che va al di là delle categorie restringenti, permettendoci di uscire dagli schemi e dalle categorie sociopolitiche di uomo/donna, femminismo/maschilismo, gonna/pantaloni.

E quindi l’immagine con cui vorrei concludere è quella già utilizzata da Arthur Golden, nelle prime pagine di Memoirs of a Geisha, in cui descrive il suo personaggio con elementi ricordanti la liquidità dell’acqua, che scorre per chilometri e, con il tempo, può formare oceani.

 

 

 

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Flavia Cavaliere

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