Google come cervello del mondo? Anche Napoli deve dire la sua

siamo convinti che i problemi sociali più complessi possano trovare soluzioni rivoluzionarie se scienziati e ingegneri avranno a disposizione strumenti di calcolo migliori e piu potenti

 

Questo è il cuore del manifesto ideologico di Google.

Dopo Mark Zuckerberg, anche il nuovo CEO di Alfabet, la conglomerata che controlla il motore di ricerca piu potente del mondo, l’indiano esperto di intelligenza artificiale, Sundar Pichiai, ha sentito la necessità qualche giorno fa di dare uno spessore politico alla strategia di marketing del suo gruppo.

Un discorso, il suo, quello che esplicitamente pone questioni rilevanti e delicate direttamente all’opinione pubblica, a cominciare proprio dal tema del monopolio di Google, e per finire a quanto ,nei prossimi mesi, verrà messo in campo dal gruppo di Mountain View in merito alla transizione verso forme mature e complete di intelligenza artificiali come interfaccia alla nostra vita reale.

Nel rapido inventario dei primati di Google, Pichiai fa intendere chiaramente che ormai una quota rilevante dell’umanità, diciamo circa un terzo della popolazione, che corrisponde al 70% dei quadri attivi e produttivi del pianeta, dipendono da Google per ogni organizzazione veloce dei dati e dei saperi necessari alla vita e all’economia delle proprie aziende e del proprio paese.

Un monopolio senza precedenti: nessun impero nella storia è riuscito a parlare quotidianamente, organizzando e istradando ogni attivta, ai tre quarti degli individui attivi e produttivi del mondo.

Non ci è riuscito l’impero Romano, o quello cinese, o quello carolingio, o la spagna del XV° sec, o ai Rotschild, o all’Urss,o alle grandi banche.
Solo Google, e con esso, o con lui , come devo considerarlo una persona o un sistema neutro? parallelamente, Facebook, Amazon, Microsoft.

I dati parlano di due miliardi di dispositivi Android, di un miliardo di ore viste ogni giorno su YouTube, di un miliardo di chilometri raccontati e guidati ogni giorno con Google Maps. Ma non basta.
Oggi, ci dice Pichai siamo ad un altro tornante, Google Lens: per cui anche il mobile è storia, il futuro è l’intelligenza artificiale, meglio ancora, è l’interferenza diretta del sistema digitale con il nosatro cervello. Non è specificato se con il nostro consenso o meno. L’obbiettivo è, appunto, la risoluzione di ogni variabile e criticita sociale attraverso un modello automatico di applicazione della potenza di calcolo.

Gli sceneggiatori di The Circle, il film tratto dal libro di Dave Eggers sugli eccessi dei controlli sociali da parte di un unico sistema digitale non avrebbero trovato di meglio per spiegare il paradosso di un cerchio in cui richiudere tutta l’umanità.

Il nodo , a questo punto della discussione, è sempre quello:

possiamo fermare il mondo e scendere?

No. Non possiamo, ma io penso, neanche dovremmo, qualora fosse possibile.
Io credo ancora con forza che stiamo vivendo una straordinaria stagione di affrancamento, come spiegò addirittura nrl 1959 Adriano Olivetti, dall’alienazione del lavoro e dalla sottomissione gerarchi ad apparati politici e burocratici grazie ai nuovi sistemi a rete. Penso che l’umanita, in virtu delle straordinarie risorse in materia di intelligenza artificiale, stia imboccando una linea nuova di elvoluzione della stessa specie, mutando antropologicamente anche attitudini e capacita fisiche e neuronali.
Ma come sempre, come ogni volta che l’innovazione tecnologica, dalla comparsa del fuoco alla staffa, alla balestra, alla polvere da sparo, alla stampa fino al vapore e all’energia elettrica e nucleare, ha trasformato il modo di vivere e produrre, siano subito insorti soggetti e culture in grado di limitare e negoziare i poteri che con le nuove tecniche stavano assumendo un ruolo di controllo e governo del pianeta eccessivo e squilirbrante.

Pichiai , come prima di lui Henry Ford, o il Barone Rotshild, o la regina d’Inghilterra, o ancora prima i potentati imperiali e religiosi, non ha titolo e possibilità di decidere da solo come semplificare e risolvere le varianti socio istituzionali del mondo. I suoi algoritmi devono essere, cosi come è stato per le armi o il denaro, o anche il sapere e la scienza, sottoposti a forme di controllo e contrattazione sociale per dargli forma e contenuto compatibile con un mondo realmente piu libero e non solo piu automaticamente facile.
Il vuoto che si è creato accanto a questi giganti del calcolo, che possono riprogrammare ora la stessa vita umana, è davvero preoccupante. Non a caso che persino Trump, con le sue eccentricità reazionarie e speculative si trova comunque ad impugnare la bandiera della centralità della politica rispetto all’assolutismo dell’algoritmo.

Il buco nero è proprio questo:

Come e chi decide le nuove forme di riorganizzazione della vita della specie? il direttore marketing di Google e Facebook?

La domanda appare talmente pressante che persino gli interessati, i vertici dei monopoli che incombono sulle nostre vite cercano di darsi una veste accettabile e dignitosa dal punto di vista istituzionale.
Mark Zuckwrberg da qualche mese si sta impegnando in un giro dell’America per dare una materialità sociale al suo impero. Pichiai parla di una socializzazione di Google, Jeff Bezos attraverso il Washington Post mira a coagulare l’opposizione a Trump. I giganti della silicon valley cercano un’ investitura popolare, una legittimità per un potere che anche essi riconoscono stare trascendendo dalle dimensioni e le categorie dello stesso capitalismo speculativo.

Ora tocca all’Europa battere un colpo che non può certo limitarsi alla tassazione fiscale. Bisogna dare corpo e forza ad un negoziato culturale e sociale che contrapponga agli ingegneri della Silicon Valley comunità civili, come città e università, che possano contestare l’unilateralità delle piaificazioni tecnologiche. Napoli da questo punto di vista è in prima linea: la sua popolazione universitaria, il suo essere sedi di centri di eccellenza della ricerca, la sua intesa con Apple per la formazione, ma sopratutto il suo primato nell’economia immateriale rende la città un soggetto tipico ed esplicito di negozialità sul senso e i valori di una nuova organizzazione sociale digitale e intelligente. Non possiamo voltarci dall’altra parte.

Michele Mezza

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