Honduras, scontri e violenza dopo le elezioni (sotto gli occhi degli USA)

Proteste e scontri di piazza nel paese dell'America centrale dopo l'esito incerto delle elezioni presidenziali del 26 novembre: decretato lo stato d'emergenza

Una forte instabilità politica, accompagnata da episodi di violenza, sta attraversando l’Honduras. Il clima di incertezza è sorto in seguito alla scarsa trasparenza del processo elettorale che ha dato il via ad un susseguirsi di manifestazioni di piazza e scontri con le forze dell’ordine nella capitale Tegucigalpa e in altre città.

Il 26 novembre si sono tenute le elezioni presidenziali che hanno portato ad una seconda vittoria del leader del partito nazionale Juan Orlando Hernandez.
Il candidato d’opposizione, il presentatore televisivo Salvador Nasralla, a capo di una coalizione di sinistra chiamata ‘’Alleanza di opposizione contro la dittatura’’ guidato da Libre, il partito nato a seguito del colpo di stato del 2009 che rimosse il presidente Manuel Zelaya, ha accusato il suo rivale di manipolare i voti. Entrambi i leader politici si sono dichiarati vincitori.
Una vittoria tutt’altro che trasparente, infatti, quella che può vantare Hernandez.
I primi risultati mostravano un netta superiorità di  Nasralla che si presentava con un vantaggio di 5 punti. Dopo un black-out al sistema informatico delle commissioni adibite al conteggio, quando il sistema si è riavviato e sono stati conteggiati i restanti seggi, il risultato è stata una situazione totalmente ribaltata, con Hernandez in vantaggio.
Da qui è stato un susseguirsi di irregolarità.

Il Tribunale Supremo Elettorale dell’Honduras, nominato e controllato dal partito di governo, ha attribuito il 42,98% dei voti ad Hernandez  contro il 41,38% del suo sfidante.
Il presidente uscente è riuscito così a portare a casa un secondo mandato, ritenuto illegittimo.
In Honduras infatti la Costituzione vieta al presidente in carica di candidarsi alle elezioni successive al suo mandato ma Hernandez, grazie ad una deroga concessa da una corte suprema nominata da lui stesso rispetto alla norma costituzionale ottenuta lo scorso anno, è riuscito ad aggira la Costituzione e a ripresentarsi alle elezioni.
Già nel 2009 Manuel Zelaya propose un referendum costituzionale per rendere possibile un’estensione del mandato quadriennale, così da rendere possibile una sua rielezione.
La Corte Suprema espresse il suo dissenso e Zelaya venne deposto con un colpo di stato militare.
Per questo oggi in Honduras non si parla semplicemente di frode, ma di un colpo elettorale.
Il 1 dicembre è stato decretato lo stato d’emergenza e il coprifuoco che limita la circolazione delle persone dalle 18 alle 6 di mattina per 10 giorni, per frenare le proteste che si sono scatenate dopo l’esito incerto delle presidenziali.
Oggi il paese si trova in una situazione incerta. A chiedere trasparenza e il nuovo conteggio dei seggi non è solo l’opposizione, ma anche gran parte della popolazione che dal 29 novembre è scesa a manifestare nelle strade, sfidando il coprifuoco.
Sarebbero 7 le persone che hanno perso la vita a seguito degli scontri di piazza e più di 20 feriti, un bilancio non confermate dalle autorità locali.

In italia non se ne parla ma le elezioni in Honduras hanno un’importanza significativa e il livello di tensione e scontri è purtroppo decisamente alto.
Dal 2009, quando l’esercito e la polizia su ordine di Washington catturarono il presidente Zelaya, che a fronte degli ultimi episodi  non esita a parlare di ”dittatura che piace agli USA”, e deposero il governo, la democrazia cessò di esistere in tutti i suoi aspetti, ma il popolo non si è mai arreso.
Sono diversi gli interessi USA nel paese dell’America centrale e la presenza dei soldati statunitensi è una costante nella storia dell’Honduras contemporanea, così come gli accordi economico-politici.
Inoltre il paese ospita la base aerea di Soto Cano, ubicata a Palmerola, istallazione militare costruita negli anni ’80.

Federica Antonecchia

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