Icarus di Brian Fogel è tra i documentari più importanti degli ultimi anni

Partito da un esperimento personale sul mondo del doping, il documentario di Brian Fogel ha preso una piega inaspettata arrivando a rivelare meccanismi di ben altra portata

Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario.

Si apre con le parole di George Orwell il documentario di Brian Fogel, premiato prima al Sundance Film Festival e poi consacrato agli Oscar come miglior documentario dell’anno (ora disponibile su Netflix).
Parole forti che rivelano come il confine tra realtà e l’universo profetizzato da George Orwell nel suo capolavo distopico siano spesso a un bacio l’uno dall’altra. E’ il caso di ciò che viene raccontato in Icarus.

Il regista Brian Fogel nel 2014 aveva solo un ossessione: qualificarsi nelle prime posizioni della “Houte Route”, una delle competizioni per ciclisti amatoriali più estreme del mondo. Colpito dello scandalo del coetaneo e mito Lance Armstrong, decide di mettere in atto una vero e proprio esperimento volto a svelare le falle del sistema antidoping. E decide di farlo mettendo in gioco il proprio corpo: inizia così un percorso di assunzione controllato di sostanze dopanti. Ma non si può aggirare un sistema all’apparenza impeccabile senza qualcuno che sia all’interno, che lo conosca in ogni suo meccanismo.

 Fogel entra così in contatto con il medico sportivo Grigory Rodchenkov, allora direttore del laboratorio anti-doping di Mosca. La prima parte di Icarus è tutta incentrata sulle loro comunicazione, prettamente tramite videochiamata Skype, in cui Grigory dà consigli a Fogel. Cosa iniettare, quanto iniettare, dove iniettare. E soprattutto come manomettere i campioni da far esaminare. La camera di Fogel si limita a monitorare il procedere dell’esperimento; il potenziamento fisico del regista; i primi test fisici in cui valutare eventuali miglioramenti delle proprie prestazioni. Con l’avanzare del tempo, il rapporto tra Fogel e Rodchenkov inizia a prendere una piega più confidenziale, quasi intima. Ed è proprio in quel momento che giunge lo scandalo.

Esce in Germania un documentario intitolato: “Doping confidenziale: come la Russia fabbrica i suoi vincitori” che scoperchia il vaso di Pandora del mondo dell’anti-doping russo. Il documentario trasmesso dalla rete ARD pone Rodchenkov tra le figure maggiormente coinvolte in un progetto retto dai fili nascosti del governo russo.

Icarus è una di quelle opere che si evolve col caso e si trasforma con gli avvenimenti, in diretta. Così come era stato per Citizenfour in cui le evoluzioni erano inaspettate, anche Fogel parte da un progetto specifico e personale per poi piegarlo all’inseguimento degli eventi e delle evoluzione dell’inchiesta aperta dalla WADA (World Anti-Doping Agency) contro la Federazione Russa. Icarus si fa così portavoce di Rodchenkov, delle sue rivelazioni. Cambia forma, il ritmo diviene concitato, quasi da film thriller psicologico. Le informazioni messe a disposizione da Rodchenko sono delicate e scottanti: anni di test falsati, con il supporto e il volere del governo, nella rappresentanza primaria di Putin, nel tentativo di fare dei giochi olimpici altro motivo di vanto della Russia.
Icarus avvicina il confine del distopico proprio in questo caso. Se da un lato c’è un uomo pronto a mettere a repentaglio i propri averi, in termini di denaro e affetti, e la stessa vita in favore della verità, dall’altra c’è il potere di una nazione di mettere all’indice un individuo, difendendo con sfacciataggine una versione dei fatti non coerente.

L’opera di Fogel rivela così la sua potenza e la potenza del cinema stesso, nella forma del documentario. Icarus pulsa e lascia traspirare ogni sensazione legata all’operazione segreta. I ritmi della narrazione diventano frenetici, si palpa la tensione in seguito alle confessioni e alle possibili conseguenze. Si percepisce la paura vivida di un uomo di fronte a una nazione che si è messo ormai irrimediabilmente contro.
Icarus si fa così baluardo di una narrazione di verità e di resistenza. Assume un ritmo coinvolgente, seguiamo le dinamiche, i botta e risposta delle varie parti attraverso i media a disposizione – come è ormai consuetudine. Quasi dimentichiamo che ciò che viene mostrato non è cinema, eppure anche il cinema può prendere posizione. In Icaurus prende vita una commistione tra linguaggio cinematografico e verità, una verità che va prima raccontata e poi protetta.
Che resti, a futura memoria.

Martina Neglia

Classe 1993. Studio Fisica, ma non sembra.

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