Il crollo del ponte Morandi è l’ultima tragedia di un’Italia destinata a sbriciolarsi

Il Paese costruito tra gli anni Sessanta e Settanta non regge più: le infrastrutture di allora avevano la data di scadenza e ora non resta che correre ai ripari

Il crollo del ponte Morandi, il 14 agosto scorso, ci dimostra per l’ennesima volta che siamo destinati a morire sepolti dalle macerie di un’Italia, quella costruita tra gli anni Sessanta e Settanta, sempre più fragile.

Il caso

È passata più di una settimana. Le vittime stavolta sono 43. Mentre ancora si scavava sotto le macerie, Autostrade per l’Italia, l’indiziata più probabile, rea di non aver svolto i dovuti lavori di manutenzione in tempi utili (il bando per il rafforzamento degli stralli, il cedimento dei quali sembra la causa più probabile del collasso del ponte intero, era stato pubblicato solo nell’aprile scorso), ha dovuto difendersi dalle accuse provenienti dalle due anime del governo, sia quella pentastellata sia (ma con toni più cauti) quella leghista. Terreno fertile per la solita strategia: spararla grossa. “Ritirare la concessione” ha infatti urlato a gran voce dal Movimento 5 Stelle, prima ancora di valutarne la fattibilità (in termini di tempi e oneri finanziari) o anche semplicemente di sentire cosa ne pensassero i partner della Lega – rapidi comunque a bollare come un “errore” il voto, nel maggio 2008, del decreto legge n. 59, in cui era stato incluso anche il cosiddetto emendamento Salva Benetton.

Per quanto la giustizia potrà richiedere i tempi necessari, presumibilmente molto più lunghi di quanto aggraderebbe il governo del cambiamento, sarà comunque difficile per Aspi smarcarsi da una responsabilità, quella di concessionaria di oltre la metà della rete autostradale nazionale, che per propria natura includeva anche quella di manutenzione e di investimenti adeguatamente rapportati agli utili.

La pesante eredità degli anni Sessanta e Settanta

Ci si può chiedere come sia possibile che un ponte sia crollato. O ci si può chiedere come sia possibile che altri ponti non abbiano ancora fatto la stessa fine. Il Paese che i nostri nonni ci hanno lasciato in eredità si regge in piedi letteralmente per miracolo: viaggiamo su strade, abitiamo in case, lavoriamo e studiamo in edifici che sono per gran parte il prodotto di anni, quelli del boom economico, in cui la fiducia nel cemento ha fatto sì che ne venisse colato in maniera sconsiderata. Erano altri tempi, vero; e l’imperizia con cui sono state tirate su le infrastrutture che avrebbero costituito lo scheletro dell’Italia era per certi versi dovuta alle limitate conoscenze tecniche di quel momento storico (lo stesso Morandi, a 12 anni dalla costruzione del suo ponte, avvertiva sulle criticità cui la sua opera stava andando incontro).

Si pensava che il cemento potesse durare per sempre, invece sono bastati pochi anni perché i suoi limiti venissero fuori. Eppure dev’esserci stato un momento in cui sarebbe stato possibile correre ai ripari. Mettere in sicurezza l’intero Paese sarebbe stato dispendioso: ma il problema era davvero investire in tal senso, negli anni d’oro in cui comunque abbiamo allegramente accumulato debito pubblico? Sarebbe stato bello se, per lo meno, fosse stato per una giusta causa. L’onere di risanare la rete autostradale nostrana finì invece in capo ai privati quando, all’inizio degli anni Novanta, i conti dell’IRI (insieme a quelli di altri enti pubblici come ENI ed EFIM) versavano in condizioni critiche. Nel 1992 l’IRI viene trasformata in società per azioni, nel 1999 la Società Schemaventotto Spa, capofila dei privati pronti a lanciarsi sulla rete autostradale italiana, ne rileva il 30% e, nel 2003, a fronte degli ingenti ricavi ottenuti grazie all’aumento dei pedaggi e del traffico (gli investimenti, invece, restano limitati: solo il 16% rispetto a quanto previsto), operò il grande passo, acquistando la maggioranza del Gruppo Autostrade – che, dal 1982, riuniva i privati operanti sulla rete viaria nazionale.

La necessità di battere cassa: via alle privatizzazioni

Erano gli anni Novanta: privatizzare gli enti pubblici sembrò la soluzione ottimale per “battere cassa”, in vista dell’unione economico-finanziaria a livello europeo. Proprio a causa di tale progetto, infatti, arrivò il momento in cui l’economia nazionale dovette guardare in faccia la realtà e la realtà, impietosa, parlava chiaro: dopo aver vissuto per decenni al di sopra delle nostre possibilità, era arrivato il momento di rimettere in senso le casse dello Stato. Ha funzionato? A prima vista, sembrerebbe di sì: la stessa Corte dei Conti, nel 2010, ebbe modo di dichiarare come, per incassi ottenuti dalle privatizzazioni, l’Italia “Si pone al secondo posto, dopo il Giappone, nella classifica globale”. Peccato che in seguito le stesse aziende si siano concentrate per lo più su un rincaro delle tariffe, i cui proventi sono finiti in minima parte in opere di manutenzione.

Ci ritroviamo a vivere in un Paese che si regge in piedi per miracolo. Ogni tot anni arriva il nubifragio, la valanga, il terremoto o anche semplicemente l’usura che ne tira giù un pezzo. Una settimana fa la tragedia di Genova; un anno fa, il terremoto di Ischia; tra due giorni, il secondo anniversario di quello di Amatrice. È difficile aggiungere altro.

Liliana Farello

Aquilana, classe '93, attualmente studio Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma. Nel mio futuro mi piacerebbe vedere cosa c'è dall'altra parte del mondo, ci sto lavorando.

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