Il silenzio del mio paese, Torre Annunziata

Quella che ha colpito Torre Annunziata è una tragedia alla quale si piega l'intero paese

Sono una di quelle che Torre Annunziata l’ha lasciata e poi ci è tornata: una migrante, poi rimpatriata per scelta. Sono una di quelle, quindi, che il proprio paese d’origine lo sente davvero, lo sente sempre. A parte ieri.

Tempo fa conobbi un ragazzo arabo. È arrivato dal Marocco nel nostro Paese su quei barconi che, in realtà, non sono nemmeno troppo grandi e in cui fatichi a prendere posto o a guardare cosa ti lasci indietro, mi ha raccontato. Lui sapeva solo che sarebbe sbarcato in Italia e, così, nei giorni che precedevano la sua partenza ha ascoltato il più possibile la nostra lingua attraverso la radio e la tivù per abituarsi al nostro modo di parlare e non essere colto impreparato.

Jack, questo è il nome che ha scelto da italiano, sbarca a Napoli e pensa lo abbiano fregato. Ha pagato tanto per questo viaggio, per garantirsi una vita nuova, ma pensa lo abbiano fregato, pensa di non essere stato portato in Italia, perché qui la gente non parla come lui ha ascoltato grazie alla tivù. “Qui la gente non parla, qui la gente canta”, mi disse. 

Ed è vero. Siamo il popolo, noi napoletani, più rumoroso ed egocentrico di sempre. Siamo la popolazione che il caos lo crea e che solo allora inizia a sentirsi tranquilla. Siamo quelli che se accade qualcosa, corriamo tutti a guardare. E urliamo anche, sì, il nostro tono di voce è alto, è così. Ma ieri no.

La tragedia che non conosciamo

Ieri, venerdì 7 luglio 2017, alle 06,20 di mattina, a Torre Annunziata è crollata una palazzina di quattro piani che ha sepolto otto vite. E la tragedia la conosciamo, non mi ripeterò nella dinamica e nei nomi perché ieri a Torre Annunziata è calato il silenzio. Ieri, da Via Rampa Nunziante non si vedeva più il mare. Il cielo non era più azzurro e tutto era sparito in un’immensa nube di polvere e cemento.

Quello che non si conosce, invece, è la speranza dei concittadini che li ha tenuti svegli tutta la notte. A garantire soccorsi, acqua, cibo, lenzuola e abbracci. E silenzio. Dolore, preghiere, speranza e ancora silenzio. Rabbia, Forze dell’Ordine, forza d’animo e ancora tanto silenzio. E un unico sottofondo che proveniva dalle macerie: il rumore del cemento che veniva spostato a mani nude, nella speranza di rendere giustizia a quelle vite.

Ieri mi sono tornate in mente le parole di Jack, il ragazzo arabo conosciuto qualche tempo fa, perché assieme a quel palazzo sono crollate le nostre più grandi consapevolezze e nessuno più aveva voglia di farsi sentire. Gli sguardi, per strada, erano vuoti e colmi di dolore. Qualcuno alzava gli occhi al cielo. Qualche altro non riusciva a distogliere lo sguardo da quei resti. Più volte la speranza ci ha fatti sussultare, credendo che qualche voce, lì sotto, stesse provando a farsi sentire. E senza tregua hanno lavorato tutti ininterrottamente e fino allo stremo per alzare anche l’ultimo granello di polvere. E così è stato. E, ancora una volta, nessuno parlava.

Perché la speranza è l’ultima ad andare via e abbiamo creduto di poter alzare gli occhi al cielo e rivedere ancora i tuoi fuochi, Marco. Abbiamo sperato di poter incontrare ancora una volta quei sorrisi per strada. Abbiamo desiderato di sentire le urla dei bambini giocare. Di vedere quelle persone uscire di casa, la mattina, per andare a lavorare. Abbiamo sperato di poter tornare a sentire vivo il nostro paese che è ancora incredulo per la tragedia che tutti, ormai, conosciamo.

E alzeremo sempre gli occhi al cielo passando di lì, in quello scorcio di paese che, ormai, non fa più rumore.

Francesca Viviana Pagano

1 Commento

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    Ros luglio 08, 2017

    Il dolore è immenso, nulla sarà come prima.

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