In Catalogna, dopo le elezioni, la partita è ancora aperta

Le elezioni tenutesi il 21 dicembre non chiariscono la situazione catalana

Dopo il chiacchieratissimo referendum del 1 ottobre, la situazione della Catalogna era rimasta aperta: da una parte il (ormai ex) presidente catalano Puigdemont in fuga in Belgio dopo aver proclamato l’indipendenza della Regione Autonoma, con alle spalle un Parlamento spaccato e una percentuale di voti tale da destare dubbi e discussioni sul carattere plebiscitario del voto; dall’altra parte, a Madrid, il premier spagnolo Rajoy, che scelse non più di due mesi fa una linea dura e unionista rispetto all’indipendentismo catalano, mettendo in atto uno strumento costituzionale – l’articolo 155 – che, di fatto, conferisce al Governo centrale poteri speciali nei confronti del Parlamento catalano. Questo, infatti, è stato sciolto nei giorni immediatamente successivi alla dichiarazione di indipendenza e nuove elezioni sono state indette per il 21 dicembre 2017.

Nel frattempo, la Catalogna ha vissuto in un limbo fino a quel momento mai sperimentato nella storia costituzionale spagnola, zona grigia determinata dal referendum, considerato illegale dalla Spagna, e dalla necessità fondamentale in un paese democratico di considerare comunque la volontà popolare espressasi attraverso il voto.

I risultati del 21 dicembre

I risultati delle consultazioni politiche del 21 dicembre, però, non hanno apportato i cambiamenti apocalittici che entrambi gli schieramenti auspicavano, e nemmeno ha dato spazio e importanza alla “terza via” proposta da EnComú-Podem (la coalizione catalana che fa riferimento a Podemos) e portata avanti anche dalla sindaca di Barcellona Ada Colau, contraria all’indipendenza ma favorevole all’organizzazione di un referendum legale con la benedizione di Madrid. La partecipazione al voto è stata molto alta, specialmente se confrontata con le cifre del referendum di ottobre: giovedì 21 dicembre l’82% dei cittadini si è recato alle urne, rispetto al 43% delle precedenti consultazioni.

Il primo partito per numero di voti risulta essere Ciutadans, che ha raggiunto il 25.4% delle preferenze (le quali corrispondono a 37 seggi nel Parlament): questo partito, inizialmente nato senza una esatta collocazione ideologica ma come alternativa al Partido Popular, si situa ora a destra ed è nettamente unionista. D’altra parte, la maggioranza assoluta è stata conquistata dal fronte indipendentista, che ha ottenuto 70 seggi – appena due in più rispetto a quelli necessari per poter governare autonomamente. La compagine favorevole all’indipendenza, tuttavia, soffre di una elevata eterogeneità di tipo ideologico: dei 70 deputati, 34 appartengono alla lista Junt per Catalunya (JxCat), di centrodestra, il partito dell’ex presidente Puigdemont, 32 andranno alla Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) e 4 a Candidatura d’Unitat Popular (CUP), un partito di ispirazione marxista.

I partiti su scala nazionale

E mentre i grandi partiti a livello nazionale subiscono una importante battuta d’arresto (il Partito Socialista Catalano ha ottenuto 17 seggi, mentre il PP addirittura non potrà formare un gruppo parlamentare avendo ottenuto solo 3 seggi), confermando lo scetticismo diffuso dei catalani nei confronti della gestione politica nazionale, Ton Vilata commenta puntualmente su Lavoro Culturale che per il Partido Popular la Catalogna non è fondamentale per vincere in Spagna, anzi, un risultato fallimentare in questa comunità autonoma potrebbe addirittura portare a un rafforzamento del partito nel resto del paese, un segno di autorità e pugno duro che confermerebbe l’indirizzo nazionalista e centralista del suo leader Rajoy.

Una leadership incerta

Si pone tuttavia un dubbio di legittimità, ci si chiede insomma attraverso quale consacrazione democratica il capo di un partito che ha raccolto appena il 4.24% delle preferenze possa – di fatto – governare la Catalogna, come sta succedendo in questi mesi di transizione. D’altra parte le alternative indipendentiste sono molto vaghe: Puigdemont rischia una condanna fino a 30 anni nel caso rientrasse dal Belgio, dunque la sua leadership è tutt’altro che scontata, e d’altra parte la coalizione è esposta ad un gran numero di spinte centrifughe dovute alle divergenze di vedute per quanto riguarda l’indipendenza e i programmi da portare avanti.

Insomma, ci si ritrova oggi agli albori del 2018 con un mosaico in cui nessuna delle forze in campo risulta decisiva tanto da ribaltare lo stato attuale delle cose: il fronte unionista, formato in per la maggior parte dai deputati di Ciutadans, non ha i numeri sufficienti per governare in maniera autonoma, mentre il fronte indipendentista, con una maggioranza risicata, molto frammentato in merito all’ideologia, non può promuovere l’indipendenza della Catalogna drasticamente così come al principio sembrava possibile, dovrà tenere in conto delle richieste della “minoranza” unionista e sostenere un governo di larghe intese all’interno della stessa maggioranza, affinché i delicati equilibri si mantengano in piedi

Camilla Eva Trotta

Dal 1993 con furore, sulla mia tomba scriveranno "Qui giace colei che non era d'accordo".

0 Commenti

Nessun Commento!

Non ci sono ancora commenti, ma puoi prima commentare questo articolo.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. i campi richiesti sono contrassegnati*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.