Catalogna: l’illusione di un nuovo Stato libero e democratico

Perché l'indipendenza potrebbe non essere la scelta migliore

Uno degli slogan preferiti dai promotori dell’indipendenza in Catalogna è quello che elenca una serie di abusi perpetrati dagli Stati nel tempo – apartheid, dittature, schiavismo – e li inserisce in un quadro di legalità, facendo risaltare, almeno nelle intenzioni, il paradosso tra ciò che è legale e ciò che invece è giusto. Per riprendere un refrain francese precedente alla rivoluzione del 1848: “La legalità uccide”.

Risalta subito agli occhi il legame indissolubile che connette lo Stato, detentore del monopolio dell’uso della forza, rappresentato da forze dell’ordine e forze armate, e la legge, espressione tangibile e quotidiana di questo potere. Sarebbe bello credere che alla Spagna oppressora, dispotica e violenta, si contrapponga una Catalogna libera, democratica e fondata non sulla forza ma sulla volontà comune di costituire un nuovo Stato. Non è così.

La questione si può affrontare secondo diversi punti di vista: quello identitario, quello politico, quello costituzionale e quello internazionale.

Dal punto di vista identitario, è molto difficile misurare e quantificare una minoranza all’interno di un insieme più ampio, in questo caso quello dei cittadini spagnoli. Chi è catalano? La persona nata in Catalogna? Colui o colei che, pur essendo nato in territorio spagnolo, parla l’idioma locale ma magari vive a Burgos? Colui o colei che prova un senso di identità catalana? Come si misura? In anni? In base ai voti scolastici ottenuti in “Storia e cultura della Catalogna”? E chi, tra queste persone, ha il diritto di votare in un referendum e decidere del futuro di questa regione? I non-catalani residenti e paganti le proprie tasse a Barcellona, possono? Al di là della provocazione, porsi queste domande e dare una risposta inequivocabile è di fondamentale importanza nell’organizzazione di un referendum, proprio perché è solo attraverso la matematica certezza del numero degli aventi diritto che si può tracciare la linea netta della volontà popolare.

Il primo ottobre, in Catalogna, non era previsto un numero minimo di votanti affinché il referendum potesse essere considerato “valido” (valido per quanto riguarda i promotori, visto che Madrid ha immediatamente disconosciuto l’iniziativa). Insomma, che votassero dieci persone, o che votassero i sette milioni e mezzo di abitanti in massa, sarebbe stata la stessa identica cosa. Ad oggi, proprio a causa della natura ufficiosa della procedura, non abbiamo dati certi, ma solamente stime: il 90% dei votanti ha espresso la volontà di separare la Catalogna dal Regno di Spagna, peccato che si stimi che i votanti fossero circa il 42% degli aventi diritto. Ciò significa che circa il 38% degli abitanti della Catalogna è effettivamente in favore di una secessione. È sufficiente per procedere con le istanze di indipendenza? È sufficiente per parlare di volontà popolare? Possiamo definirla democrazia?

Indubbiamente, dal punto di vista politico, trentotto punti percentuali rappresentano una notevole quantità, abbastanza per ribaltare qualsiasi equilibrio su base regionale e anche per spostare l’ago della bilancia su base nazionale. È ovvio che i partiti che hanno sostenuto l’iniziativa referendaria puntassero proprio a questo, a ricoprire un ruolo nuovo nei tavoli politici attorno cui si gioca il grado di autonomia catalana, forti dell’ampissimo appoggio popolare dimostrato il primo ottobre. Eppure viene da chiedersi chi ne trarrà maggiore vantaggio, nel variopinto mondo dei partiti indipendentisti catalani, se le forze di sinistra o quelle di centro-destra, ideologicamente schierate su posizioni poco distanti da quelle del vituperato premier Rajoy. Ciò che è certo è che, in barba a ciò che i mezzi di comunicazione ci hanno fatto credere, la costituzione di un nuovo Stato è quanto di più lontano si possa immaginare dalla libertà e dalla partecipazione. La costituzione di un nuovo Stato è dispiego di forze.

Dal punto di vista costituzionale, piuttosto, giova ricordare che la Costituzione spagnola è relativamente giovane, risale infatti al 1978 ed è frutto di lunghe trattative sorte dopo la morte di Franco. Trattative a cui rappresentanti della regione autonoma catalana hanno preso parte, tracciando, per esempio, un sistema elettorale che rende molto difficile la formazione di un governo che non tenga conto del peso dei partiti regionalisti (tradizionalmente, quelli catalani e baschi). La Catalogna ha un proprio Parlamento, una bandiera, un inno, il catalano è una lingua riconosciuta e il suo uso è ampiamente incoraggiato all’interno delle istituzioni e del sistema educativo, senza dimenticare che la regione gode di un regime fiscale agevolato. Le istanze separatiste si sono fatte evidenti a partire dal 2009, anno in cui la crisi economica ha colpito più duramente l’Europa, e la Catalogna si è progressivamente dichiarata indisponibile a trainare il peso dell’economia spagnola in difficoltà. Difficile credere che la questione identitaria non abbia nulla a che vedere con gli interessi economici.

Ciò che Barcellona rimprovera a Madrid, come si può dedurre dalle parole della persona che ha rilasciato questa intervista, è di reprimere con ogni mezzo a disposizioni le istanze separatiste. Posto che la violenza ingiustificata delle forze dell’ordine è sempre da condannare, ma perché uno Stato dovrebbe facilitare e favorire la disgregazione del proprio territorio e la perdita di sovranità? Perché dovrebbe raccogliere il guanto di sfida, quando l’unità degli stati moderni si basa sul patto costituzionale, in questo caso sottoscritto dalla Catalogna? È un caso che il seme della Ley Mordaza, che in nome della lotta alla “violencia callejera” ha messo in atto tutta una serie di misure che limitano la libertà personale, sia stato piantato nel 2012 proprio da Convergencia i Unió, partito centrista catalano? Cade la maschera dello Stato di Diritto e si svela essere ciò che Hobbes aveva già ritratto: il Leviatano, il mostro mitologico e affamato di potere che rappresenta qualsiasi Stato.

Dal punto di vista internazionale, la Catalogna indipendente si troverebbe di fronte ad una serie di sfide piuttosto audaci. Le Nazioni Unite tutelano a spada tratta il diritto all’autodeterminazione quando questo si applichi a forme di colonialismo o dittatoriali, mentre considera più tiepidamente l’autodeterminazione interna, relegandola a una forma di autonomia nella cornice di un sistema nazionale più ampio. Il riconoscimento di un nuovo Stato è un percorso lungo e frastagliato, che rende complicato l’inquadramento in dinamiche internazionali. Senza parlare dell’Unione Europea, che richiede l’unanimità ai propri membri per poterne accettare di nuovi: appare difficile pensare che la Spagna dia il proprio voto affermativo, dopo una tale crisi politica. La Catalogna si troverebbe così a stringere rapporti commerciali bilaterali con ciascun paese membro, dovendo negoziare a partire da una condizione sfavorevole.

Mettendo da parte per un momento le impressioni di pancia del “popolo”, le manifestazioni, i cartelli, le bandiere appese ai balconi, che pure sono fattori importanti, ma facilmente influenzabili, la scelta di creare frontiere, di approfondire spaccature, di rimarcare differenze, sembra a questo punto anti-storica. Specialmente in un mondo come quello attuale dove i confini sono sempre più fluidi e la sopravvivenza è determinata dal numero di flussi (di merci, capitali, servizi, persone) garantiti dai vari snodi, optare per l’indipendenza appare il primo passo verso il sabotaggio di una generazione.

Camilla Eva Trotta

Classe '93, sulla mia tomba scriveranno "Qui giace colei che non era d'accordo".

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