Italia 2018: la “Terza Repubblica” che non sa neanche stare in piedi da sola

Per la prima volta nella storia del nostro Paese, potremmo tornare al voto a pochi mesi dalle ultime elezioni, causa incapacità di formare un governo. Un'umiliazione vera e propria, di cui non tutti sembrano rendersi conto

Sarebbe stato bello poter contare in Italia su un Partito Democratico in grado di guardarsi finalmente dentro: un partito che analizza le proprie spaccature, che vi riflette, considerando se e quanto siano sanabili. D’altra parte, lo scopo della direzione di giovedì scorso era diventato proprio quello – la questione di un’apertura con il MoVimento 5 stelle, ormai, era definitivamente chiusa e a fare in modo che si finisse a quel punto ci aveva pensato l’ex premier e segretario Pd Matteo Renzi, con la sua intervista a Che Tempo che Fa.

Oltre che bello, sarebbe stato interessante: e se il Partito Democratico avesse finito per scindersi ancora, come ha dimostrato già in passato di saper fare benissimo? Una scissione vera, con nuovi simboli e nuovi nomi per nuovi partiti e nuovi presidenti, ad allargare ancora di più il firmamento dei frammenti di sinistra. Sarebbe stata quella una vera svolta. Laddove non si trova un accordo non solo sui termini da proporre per un eventuale dialogo con la forza politica più disponibile, ma addirittura sull’opportunità di aprire o meno tale dialogo; laddove un segretario reggente è quantomai propenso a un’apertura e un ex segretario, da uno studio televisivo, bypassa gli organi del proprio partito sfruttando la sua eccezionale strategia comunicativa per ottenere di fatto quanto sperato (ovvero una chiusura a un governo con i pentastellati); laddove, proprio per i suddetti motivi, i rapporti all’interno del partito sono ormai irrimediabilmente compromessi, ecco: sarebbe stato bello, per una volta, fronteggiare la situazione di petto e farsi una ragione dell’inconciliabilità delle anime del Partito Democratico.

Sarebbe stato bello anche un centrodestra più compatto. Un’ala in grado di prendere decisioni condivise tra i propri leader e, soprattutto, finalizzate al raggiungimento dell’obiettivo, ovvero la premiership. È davvero possibile che Matteo Salvini e Silvio Berlusconi non siano riusciti a  trovare un accordo per fare in modo di accontentare i 5 stelle (che Berlusconi proprio non lo avrebbero accettato) e non scontentare il leader di Forza Italia (partito il cui risultato è stato decisamente penalizzato dal rafforzamento della Lega, il 4 marzo)? Sarebbe stata bello, al limite, anche solo un po’ di collaborazione in più da parte del leader di Forza Italia. Capace, con la sua sola presenza, di mandare a monte l’accordo tra gli unici due partiti (Lega e MoVimento 5 stelle) in grado di mettere insieme una maggioranza, Berlusconi si conferma ancora una volta perno del destino d’Italia. Non solo, si pone come bastian contrario anche quando, finalmente concordi Salvini e Di Maio sulla necessità di nuove elezioni, si tratta di proporre una data: bene luglio per i suddetti, infatti, ma non per lui. Sembrerebbe quasi un dispetto, se non fosse che effettivamente un voto a settembre darebbe l’occasione di aspettare che il duo Di Maio-Salvini continui il pietoso spettacolo delle ultime settimane; peccato però che, stando agli ultimi sondaggi, questo temporeggiare non sembri premiare.

Ma più di tutto sarebbe stato bello un MoVimento 5 stelle maturo abbastanza da assumersi la responsabilità che oltre dieci milioni e mezzo di italiani gli hanno accordato con il voto del 4 marzo. Sarebbe stato bello ricredersi, per i più scettici, o poter essere definitivamente orgogliosi del proprio partito, per i grillini della prima ora. Sarebbe stato bello, insomma, se il giovane Luigi Di Maio si fosse dimostrato in grado di affrontare una situazione post-elettorale che i guru del MoVimento non avevano potuto non prevedere: il testa a testa con la coalizione di centrodestra.

Invece il leader pentastellato ha offerto ai suoi elettori il misero spettacolo dei due forni, con il centrodestra prima, con il Partito Democratico poi, alla disperata ricerca di punti in comune per mettere su una squadra di governo passabile. Certo, il programma elettorale del M5s pareva essere stato scritto proprio in previsione di una simile evenienza: l’incoerenza che non è stato possibile nascondere è una croce di cui ormai Luigi Di Maio dovrà farsi carico. Fino all’ultimo, disperato tentativo: fare un passo indietro. Non fa niente rinunciare alla premiership, basta non dover avere a che fare con Berlusconi. Aggiungiamo allora anche il peso dell’umiliazione.

Sarebbe stato tutto molto bello: siccome però non è così che sono andate le cose, è toccato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella prendere in mano la situazione. Come giustamente si legge sul sito dell’AGI, “I giuristi di domani avranno materia per scrivere un nuovo capitolo nei manuali di diritto costituzionale, quello dell’evoluzione nei rapporti tra Colle e Camere”. La proposta è stata quella di un “governo neutrale“, almeno fino a quando i partiti politici non riescano a mettersi d’accordo e a trovare una maggioranza in Parlamento. Oppure il voto.

I partiti hanno scelto il voto: Lega e 5 Stelle prima di tutti, il resto del centrodestra a seguire – il Pd di Martina in realtà si sarebbe timidamente espresso per un ok al governo “neutrale”, ma ormai non fa più molto testo. Forse quella appena nata potrebbe essere la legislatura più breve della storia del nostro Paese; in quel caso, però, di certo la cosiddetta “terza” Repubblica sarà ricordata come il periodo più misero ed umiliante.

Liliana Farello

Aquilana, classe '93, attualmente studio Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma. Nel mio futuro mi piacerebbe vedere cosa c'è dall'altra parte del mondo, ci sto lavorando.

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