La “libertà di importunare” dei miei stivali

Perché il richiamo del collettivo francese è discutibile da molti punti di vista

Antefatto:

Qualche giorno fa ha destato l’attenzione di molti media italiani la lettera aperta e pubblicata sul quotidiano francese Le Monde firmata da un collettivo di cento donne -tra cui risalta il nome famoso di Catherine Deneuve-, in cui si rivendicava la “liberté d’importuner” (libertà d’importunare) dell’uomo, perché la corsa alla denuncia di molestie partita dopo lo scandalo Weinstein ci ha condotti a un paradosso in cui il rimorchio non è più autorizzato in nessuna sua forma e questo, lungi dall’essere un segno di progresso, è un punto a sfavore della libertà sessuale, facendoci tornare all’oscurantismo e al finto pudore, due elementi che si oppongono all’emancipazione femminile.

Intanto, qui c’è l’articolo incriminato, prendete e leggetene tutti. Le questioni che vorrei sollevare sono almeno tre.

 

Il dente avvelenato

La prima di natura squisitamente linguistica. Il collettivo di femmes che ha firmato questa lettera, donne appartenenti all’intellighenzia, quindi persone che hanno tutti i giorni a che fare con le scelte linguistiche, ha deliberatamente scelto la parola importuner, che, nel caso ve lo steste chiedendo, sì, ha esattamente la stessa sfumatura che assume in italiano. Libertà di importunare (anche se a Il Foglio hanno preferito una traduzione edulcorata come “libertà di rimorchiare”). Io ci leggo un ossimoro, e se i miei vicini mettessero la musica alle undici di sabato sera a tutto volume e poi mi dicessero “ho la libertà di importunarti”, credo che li considererei come minimo dei grandissimi maleducati indipendentemente dal genere. Una riflessione, per essere valida e universale, deve essere applicabile a qualsiasi contesto, e se non funziona col rapporto genitore/figlio, o datore di lavoro/impiegato, perché dovrebbe funzionare nella sfera uomo/donna? Utilizzando un semplice corteggiare avrebbero ottenuto un consenso trasversale e mandato in maniera più univoca il medesimo messaggio, ma ovviamente non avrebbe fatto altrettanto notizia negli USA. La drague insistante può essere forse piacevole per alcune, ma proprio perché per non tutte è così (anzi, mi sentirei di dire: per non tutti, perché voglio proprio vederli questi eterosessuali alle prese con un corteggiatore dello stesso sesso insistente e appiccicoso), e anzi c’è chi la trova una forma di molestia, trovo di buon senso astenersi. Se chi viene corteggiato deve imparare a misurare lo sdegno, anche chi corteggia può imparare strategie più raffinate.

 

Le rivendicazioni sono universali?

La seconda di natura più identitaria: trovo curioso come si sia letto questo manifesto quasi solo in chiave anti-femminista (quanto fa comodo in questi giorni di dibattito! strumento succoso per appiattire le discussioni! le femministe odiano la galanteria! dove finiremo! ci aspetta l’estinzione!), che personalmente mi sembra soccombere rispetto alla spocchia anti-USA che la Francia e i francesi portano avanti, tipo, da sempre. Quanto scritto nella lettera è assolutamente in linea con un certo femminismo tipicamente d’oltralpe, che affonda le proprie radici in una società più benevola rispetto ai pruriti del basso ventre. I riferimenti al #metoo e alla corsa ai forconi tipica degli yankees – criticata in tempi meno recenti anche da alcune femministe italiane – si scontrano con la lunga storia di naturismo e di costumi sessuali liberi e di graziosi cappellini di lana di cui i francesi si fanno promotori nel mondo. I giornali da questa parte delle Alpi hanno finto, per comodità, che le rivendicazioni degli Stati Uniti siano le nostre, identiche al 100%, e soprattutto che le conseguenze delle rivendicazioni statunitensi abbiano avuto le stesse identiche ricadute anche qui.
Nessuno dei giornalisti mobilitatisi subito dopo la pubblicazione della lettera ha fatto una riflessione sull’Italia (o anche sull’Europa) tenendo in considerazione le nostre caratteristiche culturali e i fatti di cronaca. Eppure qui, al netto della bufera mediatica su Fausto Brizzi e su una manciata d’altri, non sono cadute teste, nessuno ha perso il lavoro, non si sono organizzate battaglie per boicottare i prodotti cinematografici in cui qualcuno accusato di molestie aveva preso parte (addirittura, l’ultimo film del regista è risultato il più visto nelle sale il giorno di Natale).

 

L’importanza di chiamarsi Catherine

La terza lettura, se me la permettete, è di tipo classista. Solo delle donne sicure della propria posizione sociale ed economica, donne che non si sono mai trovate nella condizione di dover scendere a patti con qualcosa di spiacevole pur di poter lavorare o avanzare in carriera, solo delle donne indipendenti, delle donne nella posizione di poter dire no a chicchessia senza rischiare nulla, solo delle donne tutto sommato fortunate, possono permettersi di trovare un valore aggiunto nel corteggiamento insistente, di poter reclamare la libertà di sentirsi importunate. Dare per scontato che la molestia abbia a che fare solo col sesso e non con dinamiche di potere e di denaro è ottuso e miope. È così difficile capire che – tanto per fare un esempio – le avances fastidiose del collega pari grado non sono paragonabili a quelle di un capo che sfrutta la propria posizione di preponderanza per fare pressione in ambito lavorativo? Evidentemente, per questa manciata di francesi caucasiche bourgeoises, sì.

Ciò che maggiormente si smarrisce in situazioni del genere, è la capacità di leggere le sfumature, di aguzzare la vista e guardare oltre il proprio naso e di tenere in conto una realtà infinitamente sfaccettata. Un manifesto come quello pubblicato dal quotidiano francese, con un’eco così ampia, con l’appoggio di firme così celebri, rischia di appiattire e abbrutire il dibattito, dando una scorciatoia facile a tutti coloro (e purtroppo sono molti) che vorrebbero chiudere le nuove porte di emancipazione e progresso culturale che si stanno aprendo davanti a noi, assecondando la narrazione del dove andremo a finire?! che non ha mai portato lontano.

Camilla Eva Trotta

Dal 1993 con furore, sulla mia tomba scriveranno "Qui giace colei che non era d'accordo".

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