Lavorare con intelligenza emotiva, è questo il segreto del successo

Dirigere col cuore, progettare con raziocinio ma anche con istinto, coinvolgere e comprendere tutti i membri: la rivisitazione dell'idea di lavoro passa attraverso le emozioni

C’è chi vuole provarle, chi le sente come pugni nello stomaco, chi le ignora, chi ne scrive, chi ne parla, chi le trasforma in arte, cibo, musica: le emozioni. Pare che muovano il mondo, che ne siano il cuore incessante, sempre e perennemente in completa antitesi con il raziocinio. Bello però è pensare che un giorno un uomo abbia affidato le sue decisioni ai sentimenti anche in ambiti in cui le emozioni non sembravano poter affatto influire, come quello lavorativo. Perché uno stesso atto, una scelta fuori dalle righe, possono giustificarsi in maniera differente a seconda che le si guardi con la mente o con il cuore. E l’evoluzione sembra aver affidato un ruolo preponderante ai sentimenti proprio per consentire il superamento dei momenti di crisi: questa è la tesi dei sociobiologi esperti in materia. Perché numeri, programmazione, statistiche e ragione possono rivelarsi di nessun aiuto, nel momento in cui l’istinto e le emozioni prendono il sopravvento.

Dal latino MOVEO con l’aggiunta del prefisso “E” le emozioni implicano un “movimento da”. Etimologicamente e scientificamente, aiutano l’uomo ad agire e gestire velocemente le emergenze che si presentano nel corso della vita. L’intelligenza emotiva viene quindi riconosciuta come il cervello che sente, come l’insieme di autocontrollo, automotivazione, entusiasmo e perseveranza. Qualità che possono risultare quel titanico quid in più se applicate alla leadership, al teamwork o all’attività imprenditoriale. Nell’ultimo decennio, grazie ai numerosi studi biologici e comportamentali, l’intelligenza emotiva ha conquistato il suo spazio nell’ambito della gestione d’impresa, modificando la policy di molte aziende nel panorama mondiale. Maggiore attenzione alle risorse che vanno sostenute e poste in condizioni di serenità, maggiore flessibilità ed empatia nell’amministrazione: questi alcuni tra i mezzi dell’intelligenza emotiva in ambito aziendale. Mezzi che hanno come unico ritorno una maggiore efficienza e produttività, oltre che un senso, fondamentale nella vita dell’uomo, di appartenenza e profonda realizzazione. Una moneta scambiata, in sintesi, con sentimenti stimolanti che guardano ad un unico obiettivo: la felicità.

Si può sviluppare l’intelligenza emotiva?

La scienza risponde affermativamente a questa domanda. Già il pianto a effetto domino di un bambino nei confronti di un altro, può ritenersi un precursore di quella intelligenza e attenzione emotiva che lo porterà più in là a consolare l’amichetto nei momenti di tristezza. Una sorta di emulazione, un “mimetismo motorio”, come lo definiscono gli studiosi, che porta i futuri adulti a infilarsi nei panni della persona che hanno davanti, provando a comprenderne lo stato d’animo per poter poi aiutare, consigliare, rassicurare. Fu proprio il termine greco empatheia, “sentire dentro” a suggerire questa lettura dell’empatia come imitazione della sofferenza altrui, utile a entrare in una sorta di contatto emozionale con l’interlocutore. Per questo nuove correnti di pensiero attribuiscono una valenza fondamentale all’insegnamento delle emozioni in giovanissima età. Si chiama “Scienza del sé” e studia i propri sentimenti, quelli che scaturiscono negli altri e la gestione di entrambi. Ma nelle scuole presenti da una parte all’altra degli USA ha assunto denominazioni differenti, come “Abilità di vita”, “Sviluppo Sociale”, “Apprendimento emozionale”. È ormai chiaro che l’unica speranza di vivere un futuro degno è educare i più giovani ai sentimenti. Perché l’analfabetismo emozionale sta costando caro alle generazioni attuali, quasi atarattiche e insensibili, prive di quella capacità di toccare dentro gli altri. Soprattutto in ambito lavorativo dove assieme agli altri si crea.

Si deve dirigere col cuore

Daniel Goleman, professore di psicologia presso l’università di Harvard, riporta l’aneddoto ormai noto nei corsi di formazione per i piloti di linea, che ha come protagonista Melbourn McBroom, capo dal temperamento forte e dominante. Durante un volo, avvicinandosi a Portland, sede dell’atterraggio, si accorse di avere un problema al carrello. Decise dunque di sorvolare l’aeroporto nell’attesa di riparare il guasto. I copiloti, terrorizzati dalla sua collera, non gli segnalarono tuttavia che la riserva di carburante si stava esaurendo. L’aeroplano precipitò e dieci persone rimasero uccise. Un aneddoto interessante nei termini di leadership e relazioni con i propri collaboratori. Un aneddoto che oggi porta a far studiare all’intelligenza emotiva tre differenti approcci, che ritroviamo in qualsiasi rapporto e, nello specifico, in qualsiasi rapporto lavorativo: saper presentare una critica costruttivamente, apprezzare la diversità nei metodi come un differente e utilissimo punto di vista, essere in grado di operare con profitto in un network composto principalmente dalla comunicazione interpersonale. Come si può ben notare la gestione di queste tre capacità apporterebbe immani benefici allo stile di vita, alla serenità e alla produzione di ogni singola risorsa. Benefici che si riverserebbero inevitabilmente nella vita di ognuno. Perché una persona a cui piace il proprio lavoro è una persona felice anche fuori. Una persona che coopera serenamente è in grado di farlo anche fuori dalle mura d’ufficio, attraverso le armi per eccellenza che migliorano il mondo: la solidarietà, la comprensione, l’empatia. Così per prosperare, come per vivere, occorrerebbe sviluppare l’intelligenza emotiva di gruppo. E le aziende farebbero bene, se non benissimo, a cogliere il pionieristico consiglio.

Anita Casalino

Esaurita e spettinata, nella frenetica voglia di votare la vita intera alla "passione". Laureanda in Scienze Investigative, pallavolista, web writer: amo tutto quello che faccio, perché il resto l'ho eliminato.

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