Le città invisibili: Leonia e la società dell’usa e getta

E' ancora possibile amare le città moderne? Italo Calvino racconta le sue 'Città invisibili', specchio delle nostre metropoli. Con la città di Leonia, Calvino mostra il lato oscuro del consumismo

Il romanzo Le città invisibili (1972) di Italo Calvino è stato presentato dallo stesso autore come “l’ultimo poema d’amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città”. In una realtà moderna, in cui la bellezza sembra aver ceduto il posto alla funzionalità, Le città invisibili nascono dalle odierne città invivibili.

Esse non sono città riconoscibili ma immaginarie, ciascuna avente il nome di una donna e le loro descrizioni sono inserite in una cornice più ampia (esempio di riscrittura de Il Milione), quella di una serie di relazioni di viaggio che Marco Polo fa a Kublai Kan, imperatore dei Tartari.

Nel 2015 gli artisti statunitensi Matt Kish, Joe Kuth e Leighton Connor, hanno deciso di dare forma, colore e vita all’immaginazione sconfinata di Italo Calvino, con l’ambizioso progetto Seeing Calvino. I tre artisti hanno così raffigurato, con straordinaria creatività, Le città invisibili (55 in totale).

Ecco Leonia

Credits photo: repubblica.it

La città di Leonia inaugura la serie di città continue che alludono chiaramente all’idea di città estesa, di metropoli, che tanto caratterizza il nostro mondo globalizzato. Questa immaginaria città è il simbolo del consumismo moderno in quanto si rinnova ogni giorno e preferisce buttar via piuttosto che riparare. In realtà questo continuo immagazzinare e allontanare i rifiuti della società è una soluzione provvisoria che presto porterà l’uomo a dover fare i conti con tutto ciò che ha” scartato e accumulato” lontano dalla vista. Una minaccia immonda che incombe sul nostro futuro. Come non trovare attuale tutto questo?

La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche che dall’ultimo modello d’apparecchio.
Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti di Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo i tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose di ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare.
Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori dalla città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste s’innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. E’ una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.
Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri. Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse respingono lontano da sé le montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano.
Più ne cresce l’altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d’anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle altre città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.

(I. Calvino, Le città invisibili, 1972)

Sara Fiore

Sara Fiore, siciliana, studentessa universitaria in lettere moderne, classe 1994. Bibliofila, cinefila, letterata, scrittrice in erba passionale come la mia terra. Le parole sono il mio super potere! #thinkcreative

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