Le lunghe giornate del Partito Democratico

Il tripolarismo miete la prima vittima: il grande sconfitto è il PD. Dopo l'exploit dei cinque stelle, Renzi è pronto a lasciare.

La sconfitta del Partito Democratico è «chiara ed evidente», come ha sostenuto questa notte il vice-segretario Maurizio Martina, davanti ad una platea record composta da 300 giornalisti accreditati. Il risultato del Partito si staglia poco sotto del 20%, percentuale che era stata considerata come la soglia psicologica al di sotto della quale sarebbe stata messa in discussione non solo la leadership di Matteo Renzi, ma anche l’unità stessa del Partito, che difficilmente reggerà l’onda d’urto interna che nasce dal dato elettorale.

Le dimissioni e la partita per il governo

In queste ore il segretario PD sta meditando le dimissioni, che potrebbero essere rassegante dopo la chiusura ufficiale dei seggi e l’arrivo dei dati definitivi (intorno alle 17). Ma intanto la linea politica in vista delle consultazioni è chiara: con queste percentuali il Partito Democratico va all’ opposizione di qualsiasi governo che un parlamento così diviso saprà esprimere. In effetti, seppur con un numero abbastanza consistente di parlamentari – 48 al Senato, 135 alla Camera – difficilmente il PD potrà sostenere un governo a maggioranza leghista o pentastellata. Per quest’ultima ipotesi sarà decisiva, oltre ovviamente alla scelta di campo dei 5 stelle e la possibilità che gli eletti LEU possano fare da intermediari, anche l’importante mediazione del Presidente Mattarella. Con questi numeri c’è poco da difendere e molto da ricostruire, a cominciare dalla delegazione che si presenterà a colloquio al Quirinale. Sarà difficile per Renzi – che negli ultimi giorni di campagna elettorale ha attaccato continuamente il capo politico del Movimento – sostenere un governo a 5 Stelle guidato da Di Maio, anche se un PD “derenzizzato” potrebbe ribaltare il tavolo. Tuttavia, parte della minoranza del partito crede che non sia il momento per lasciare un vuoto di potere alla testa del partito e invoca preferibilmente una gestione collegiale. Si potrebbe infatti levare la richiesta di andare al tavolo dei grillini per vedere quali sono i margini di manovra, con l’obiettivo di creare un governo PD-M5S-LEU, che possa rappresentare un banco di prova per la ricostruzione del centro-sinistra.

La fine delle regioni rosse e la perdita dell’elettorato

A niente è bastato ripartire dal 40% del referendum e provare a raggiungere la “soglia Bersani” del 2013, quando il PD si assestò al 25%. Il tesoretto è stato più che dimezzato e l’elettorato del PD si è ridotto ai minimi storici. Lo testimoniano i risultati che provengono da quelle che una volta erano considerate le “regioni rosse”, a ridosso dell’Appennino centro settentrionale, e che provano come la geografia elettorale italiana sia stata profondamente modificata da questa tornata elettorale e che confermano tendenze in atto da tempo. Il Partito Democratico tiene solo in Toscana, mentre in Emilia-Romagna, Marche, Umbria lascia il passo al centro-destra e a M5S. L’esempio perfetto è Pisa. Qui la sinistra raggiungeva percentuali bulgare, mentre oggi il centro-destra conquista tutti e due i collegi uninominali e il Movimento raggiunge e supera il PD, fermo al 23%. Ancora più pesante il dato dell’Emilia, dove i dem perdono l’11% rispetto alle politiche del 2013, e per la prima volta nella loro storia non sono il primo partito nella regione: per pochi voti la spunta il Movimento.

La sconfitta è senza ombra di dubbio l’esito sia di 5 anni di governo con il centro-destra e sia di una scissione interna che si sarebbe potuta evitare e che ha come responsabili principali Renzi e i dirigenti di LEU, anch’essi puniti dal risultato elettorale e dalle dure sconfitte registrate nei rispettivi collegi uninominali. Tutto ciò dimostra che storicamente le scissioni a sinistra sono controproducenti ai fini del risultato elettorale: puniscono i promotori della separazione e non premiano il partito di “origine” per la sua gestione.

L’alternativa a Renzi

La domanda alla quale il gruppo dirigente di ciò che rimarrà del Partito Democratico dovrà rispondere nelle prossime settimane è chiara: a che serve sostituire Renzi senza un’alternativa politica chiara, condivisa e capace di restaurare un polo di centro-sinistra di governo e a vocazione maggioritaria? In 4 anni Renzi è riuscito a portare il partito dal massimo al minimo storico, saprà il suo successore imparare dagli errori commessi?

Edoardo Maggi

0 Commenti

Nessun Commento!

Non ci sono ancora commenti, ma puoi prima commentare questo articolo.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. i campi richiesti sono contrassegnati*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.