Liceo breve: perché “fare come l’Europa” quando potremmo risollevare l’Italia?

Quattro anni per completare la scuola superiore, didattica in lingua straniera, più attenzione a materie finora trascurate: tra pro e contro, il senso qual è?

Si torna a parlare di liceo breve. Il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli ha firmato all’inizio della settimana il decreto in cui si prevede la possibilità, per licei ed istituti tecnici, di far diplomare i propri studenti in quattro anni.
L’iniziativa passa ora alle scuole: i presidi hanno tempo dal 1 al 30 settembre per candidarsi alla sperimentazione, stilando un programma didattico che verrà poi valutato da una commissione tecnica. Alla fine la classi partecipanti saranno 100 (ai tempi del governo Renzi si pensava a 60), con non più di 25 alunni ciascuna. Dopo quattro anni, la maturità – naturalmente la stessa dei colleghi reduci dal percorso di studi tradizionale.

Il senso? Teoricamente, quello di allinearsi al resto degli stati europei. La giustificazione però lascia sorgere parecchi dubbi: i Paesi dell’Unione Europea che adottano un percorso di studi superiore di quattro anni sono meno della metà e ognuno ha il proprio sistema scolastico. In Germania, ad esempio, si esce dal liceo a 19 anni (proprio come in Italia): ma nelle altre scuole, come gli istituti professionali, è data la possibilità di concludere prima di quell’età gli studi – potendosi immettere direttamente nel mondo del lavoro, insomma.

Praticamente, tagliare l’ultimo anno di scuola corrisponderebbe a circa 1,38 miliardi di euro in più nelle casse dello Stato. Ridurre la durata della scuola in funzione di un risparmio, dunque? Probabilmente la mossa meno furba a cui qualunque governo possa pensare. Che l’istruzione di una nazione sia un investimento è ormai palese a qualunque Paese che creda di appartenere al primo mondo (se ancora una definizione del genere possa avere senso: in realtà l’istruzione è un investimento a prescindere del lato del globo da cui viene impartita). Il discorso semmai dovrebbe tendere all’esatto contrario: nel momento in cui ogni centesimo di risparmio andasse al miglioramento del sistema scolastico, infatti, a quel punto arriva lo sviluppo vero – quello a lungo termine.

Eppure l’idea non è necessariamente da condannare. La critica più feroce è quella secondo cui già in cinque anni è difficile concludere gli immensi programmi di ogni materia; figuriamoci in quattro. Eppure il decreto prevede un monte ore annuale per le classi sperimentali superiore rispetto a quello tradizionale (nello specifico, si passerebbe da 900 a 1.050). Se poi un’innovazione del genere fosse attuata in armonia con una razionalizzazione dei programmi delle scuole elementari e medie, sarebbe ideale. Quasi utopia, ma ideale.

Non solo: tra i programmi previsti per le classi sperimentali, sarebbero previste più ore dedicate a materie come storia dell’arte e diritto – gravi lacune negli indirizzi tradizionali: pensare che proprio in Italia vengano dedicare solo due ore a settimana alla storia dell’arte è un controsenso; al contrario, immaginare una popolazione di italiani almeno un po’ più eruditi in materia aprirebbe mondi interi di possibilità per un paese che, da solo, conserva, (tanto per dirne una) il maggior numero di siti riconosciuti dall’UNESCO.

Per non parlare dell’uso della metodologia Clil, ovvero la didattica in lingua straniera. Vero è, come sollevato dai critici della riforma, che sarebbe meglio andare a lavorare sul grado di preparazione degli insegnanti, prima di pretendere un salto del genere da parte dello studente. Eppure l’impatto con una (o più) lingue straniere arriva, presto o tardi, quasi per tutti: prima ciò accade, meglio è. Se davvero l’intenzione è quella di sfornare diplomati in linea con il resto dei colleghi europei, infatti, per lo meno è necessario che non vi siano ostacoli di altri genere – primo fra tutti la lingua. E rendersi conto dei propri limiti già dalla scuola, piuttosto che davanti agli altri studenti o lavoratori internazionali, di certo non può che aiutare.

A tanti contro corrispondono tanti pro. Ma finalizzare il tutto a voler “imitare il resto dell’Europa”, come se (restando in tema) avessimo paura di restare gli ultimi della classe, pone anche il rischio di ritrovarsi con un pugno di mosche in mano – un pungo di 18enni, insomma, diplomatisi con un anno di anticipo eppure senza nulla da invidiare a chi la maturità l’ha presa ugualmente a 18 anni, ma dopo cinque anni di superiori e un anno in meno di giochi, essendo stati iscritti un anno prima degli altri alle elementari.

Se invece il senso fosse del tutto nazionale, la questione potrebbe farsi più interessante: vorrebbe dire entrare con un anno d’anticipo nel mondo del lavoro. Anche qui con i dovuti distinguo, nello specifico con riferimento al percorso di studi: uscire con un anno di anticipo da un istituto professionale (magari con un’alternanza scuola-lavoro più razionale), avrebbe forse più senso che battere i tempi in un liceo, di per sé nato come avviamento verso lo studio universitario. Il discorso torna insomma alla complicata materia della formazione: che tipo di cittadini formare, in base a quale tipo di lavoratori è necessario alla nostra economia.

Liliana Farello

Aquilana, classe '93, attualmente studio Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma. Nel mio futuro mi piacerebbe vedere cosa c'è dall'altra parte del mondo, ci sto lavorando.

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