L’importanza di chiamarsi (Simone) Inzaghi

Un ottimo attaccante diventato un eccezionale allenatore. Competenza, cuore e dedizione al servizio della squadra per la quale fa il tifo

Quando sulle tue spalle c’è scritto Inzaghi, fai l’attaccante ma il nome non è quello di Pippo, per la gente resterai sempre il fratellino piccolo di quello forte. Che poi a pensarci bene Simone era un giocatore più che valido. Uno di quegli attaccanti che farebbero una buonissima figura in molte squadre dell’attuale campionato nostrano. A fare i pignoli poi bisognerebbe dire che fondamentali alla mano, dando un’occhiata accurata alla tecnica, era anche più completo di Pippo.

Bomber della panchina

Dove però non arriva uno stop in volo, arriva il cuore. E l’Inzaghi rossonero ce ne aveva da vendere in campo. Poi però si cresce, si appendono gli scarpini al chiodo e si viaggia in direzione Coverciano per diventare allenatori. Si supera il corso con costanza, dedizione e applicazione, e si comincia la gavetta.

Di cuore abbiamo parlato, quello di Simone Inzaghi è biancoceleste e con le giovanili della Lazio dimostra tutto il suo valore gestendo e scovando gli stessi talenti che adesso stanno facendo la sua forza in prima squadra. Vince quello che c’è da vincere e si fa trovare pronto quando la sua Lazio è in difficoltà.

Dopo un breve periodo da traghettatore la passata stagione, sembrava tutto fatto per l’addio dopo anni di servizio alla corte biancoceleste. Bielsa in arrivo e lui già con un piede sul treno per Salerno. Quello che succede poco dopo è storia.

Simone Inzaghi non è una rivelazione

Si dice di lui che viva di calcio 24 ore al giorno. Ossessionato dalla perfezione. E basta osservare la sua squadra per capire le competenze tattiche di Simone. La Lazio dal portiere alle ali non fa mai le cose a caso. Il portiere la mette al sicuro tra i piedi di Biglia che sale palla al piede. Una delle due mezz’ali scivola in copertura e l’altra si allarga.

Il terzino opposto a quest’ultimo sale mentre Immobile scende sulla trequarti. Tutto con tempi talmente perfetti e studiati da far invidia a qualsiasi Rolex. Da lì al gol è questione di cuore, e gli undici in campo non si sono mai tirati indietro. Tutto questo si racchiude in un’immagine, in una palla che supera la linea di porta. Questa di Ciro Immobile in Coppa italia con Simone che segue spasmodicamente il suo giocatore:

Vorrebbe esserci lui in quel momento. Vorrebbe buttarla lui dentro quella palla. Vorrebbe strillare a gran voce che è stato lui a fare goal: è questa, l’importnza di chiamarsi Simone Inzaghi.

Un tifoso su una panchina di Serie A, quello che mancava alla Lazio da tanto tanto tempo.

Tommaso Calascibetta

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