Lo scacchiere siriano dopo la caduta di Afrin

Chi vince e chi perde dopo la fine dell'operazione Ramoscello d'Ulivo?

Domenica 18 marzo le truppe del Free Syrian Army, alleate dei militari turchi, sono entrate nel centro espugnato di Afrin, decretando la vittoria contro le forze curde nella città e la fine dell’operazione “Ramoscello d’Ulivo” lanciata da Erdoğan il 20 gennaio. Secondo le autorità locali sarebbero 250 mila i civili che continuano a scappare dalla città e dalla sua omonima provincia attraverso un corridoio umanitario, trovandosi senza rifugio, cibo e acqua. Il raggiungimento dell’obiettivo della missione è stato salutato con molto entusiasmo dal presidente Erdoğan, che ha colto l’occasione per ribadire la natura dell’operazione: un’offensiva volta ad ostacolare l’espansione delle forze curde siriane del YPG, considerate affiliate al PKK, la cui presenza vicino al confine meridionale turco-siriano è considerata una minaccia per Ankara, nonché la creazione di una “cinta di sicurezza” profonda 30 km, per prevenire gli attacchi provenienti dall’area in questione e destinati a colpire il territorio turco.

Che ruolo giocano USA e Russia?

Il conflitto siriano somiglia sempre più ad un dedalo in cui è difficile delineare oltre che gli attori statali e non-statali in gioco, anche le alleanze e le rispettive strategie. A questo proposito non sembra inesatto dichiarare che il via libera all’operazione sia stato dato alla Turchia anche, e soprattutto, dal beneplacito della Russia. Questi ultimi sviluppi, infatti, vanno letti all’interno di un mutato sistema di alleanze che ha visto la Turchia, membro NATO, avvicinarsi sempre più a Mosca, Teheran e Beirut, e dunque contrapposta agli storici alleati Occidentali. Anche se sarebbe un errore considerare cristallizzate queste convergenze: la guerra in Siria ha riservato agli osservatori molte sorprese nel corso degli anni.

Nell’assedio di Afrin il Cremlino ha giocato un ruolo determinante. Mosca, infatti, che controlla lo spazio aereo sopra la provincia, il giorno prima del lancio dell’operazione di conquista della città ha prima ordinato l’evacuazione delle truppe di stanza nell’area e successivamente ha evitato di adoperare il suo sistema di difesa contro l’azione militare turca, nonostante Damasco avesse condannato duramente l’operazione di Ankara. Tuttavia la Russia ha tutto l’interesse di mantenere nel gruppo di Astana anche la Turchia, facendo leva sulle frizioni tra Erdoğan e i suoi partner occidentali, primi fra tutti, gli Stati Uniti. Putin infatti sta cercando di trovare una soluzione politica al conflitto che, differentemente da quanto promosso dalle Nazioni Unite, vedrebbe Bashar al-Assad alla testa della Siria, posizione questa duramente criticata dalla Turchia. Il placet russo alla strategia militare turca potrebbe inquadrarsi dunque in questa prospettiva: rafforzare le decisioni prese ad Astana e tenere in sella la Turchia per rideterminare la costituzione della nuova Siria post-conflitto.

Washington, d’altro canto, ha immediatamente cercato di minimizzare la portata della notizia del lancio dell’operazione, bollando l’area di Afrin come “zona al di fuori delle operazioni militari statunitensi“. Subito dopo il segretario alla difesa James Mattis ha riconosciuto l’offensiva, ritenendo le preoccupazioni di Ankara circa la sua sicurezza interna come legittime. Tuttavia, il bersaglio dell’operazione sono i principali alleati degli USA in Siria, ovvero le forze curde, lasciate indifese da Washington. Si ripropone così un modello tipico della storia del popolo curdo: esso tenta di sopravvivere combattendo contro il nemico di turno, mentre i loro alleati stanno a guardare. Il messaggio, anche militare, di Erdoğan è chiaro: gli USA non possono continuare a considerare la Turchia come un partner strategico da un lato, mentre dall’altro continuano a foraggiare con armi le milizie del YPG, che Ankara ritiene mandanti di atti terroristici. Ankara non guarda a Berlino, a Parigi e nemmeno all’altra sponda dell’Atlantico, ma a Mosca, l’unico attore capace di fornire una risposta agli interessi turchi. Dunque lo stretto legame con la Russia è il frutto anche delle politiche adottate dagli USA

Le ripercussioni sul piano interno e la nuova fase dell guerra

Le ripercussioni interne dell’operazione non devono essere sottovalutate, anzi, c’è chi le considera ancora più importanti di quelle sul piano internazionale. Infatti “Ramo d’Ulivo” è stata appoggiata anche dal principale partito di opposizione, il CHP, che per mezzo del leader Kemal Kılıçdaroğlu ha avallato la decisione considerandola inevitabile. Anche i legami tra il partito al potere AKP e il partito nazionalista MHP si sono consolidati e rafforzati. Così facendo Erdoğan unifica una nazione uscita di fatto completamente divisa in seguito al referendum costituzionale del 2016. Questa guerra di necessità, mossa in nome del diritto all’autodifesa previsto dall’articolo 51 della Carta ONU, permette alla popolazione di sostenere il presidente e le forze armate.

Erdoğan ha dichiarato che le operazioni non si fermeranno, ma raggiungeranno altre aree controllate dai curdi in Siria e nella regione irachene del Sinjar. Le truppe si stanno già dirigendo verso le città siriane di Manbij e Kobane, ma che potrebbero inoltre entrare in Iraq, qualora il governo iracheno non intervenisse per eliminare la presenza curda nei suoi territori.

Edoardo Maggi

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