Lolita: la scandalosa confessione di un vecchio Nabokov

Nessuna casa editrice voleva stamparlo per i suoi contenuti amorali, eppure 'Lolita', a quasi sessant'anni dal suo esordio, incanta ancora i lettori di tutto il mondo. Di cosa parla questo romanzo? Eccone alcuni brani estratti

«Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.
«Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita. 

Una sua simile l’aveva preceduta? Ah sì, certo che sì! E in verità non ci sarebbe stata forse nessuna Lolita se un’estate, in un principato sul mare, io non avessi amato una certa iniziale fanciulla. Oh, quando? Tanti anni prima della nascita di Lolita quanti erano quelli che avevo io quell’estate. Potete sempre contare su un assassino per una prosa ornata. Signori della giuria, il reperto numero uno è ciò che invidiarono i serafini, i male informati, ingenui serafini dalle nobili ali. Guardate questo intrico di spine. »

Così si apre Lolita (1955) o le confessioni di un maschio bianco vedovo romanzo tra i più celebri di  Vladimir Vladimirovič Nabokov e della letteratura del ‘900. A causa della trama esplicita che richiamava la pedofilia il libro venne rifiutato dalle case editrici dell’epoca per molti anni, a meno di pesanti tagli e manipolazioni che Nabokov si rifiutò sempre di operare.

La storia è quella di Humbert Humbert (voce narrante del romanzo, scritto in prima persona) quarantenne professore di letteratura francese che, dopo un divorzio e un brutto esaurimento nervoso, decide di accettare un incarico d’insegnamento in New England dove trova accoglienza presso una giovane vedova che vive con sua figlia, la dodicenne ribelle e maliziosamente spregiudicata Dolores (Lola, Lolita, Lo). La ragazzina richiama alla memoria di Humbert il suo primo amore, quando era tredicenne, Annabelle, morta prematuramente per tifo. Egli si sente irrimediabilmente attratto dalla ragazzina, che stuzzica, con fare innocente, le sue fantasie. Così, quando prima di partire per il collegio Lolita lo saluta con con bacio sulle labbra, il dado è ormai tratto. Il professore, nell’attesa che la sua Lo ritorni, accetta di sposarne la madre, che gli ha confessato il suo amore, solo per poter restare vicino alla figlia. Ecco che la storia con Lolita si tingerà anche delle tinte dell’incesto, una volta che egli è divenuto il suo patrigno e quando la nuova moglie, leggendo il suo diario di confessioni apprende dell’amore che egli nutre per sua figlia, la discussione precipita e a “salvare” il professore interverrà il destino. La donna, infatti, mentre fugge di casa viene investita e uccisa da una macchina.

A quel punto inizia il lungo vagabondaggio del professore e della sua Lolita che è andato a prendere al campeggio e a cui non rivela inizialmente la morte della madre. La ragazzina ha avuto il suo primo rapporto con un coetaneo durante quella vacanza e ormai è del tutto “smaliziata”. Così la strana coppia, continuo oggetto di attenzioni curiose, attraversa il paese, in fuga, e sotto la maschera di un rapporto padre-figlia, si consuma invece la loro relazione, erotica e affettiva (soprattutto per quanto riguarda Humbert, sempre più preda del suo desiderio e sempre più emotivamente coinvolto). Il desiderio cieco dell’uomo che lo porta a sottostare alle continue richieste della ragazzina che, crescendo, approfitta sempre di più del suo potere erotico su di lui, lo condurrà fino alla rovina. Il professore, abbandonato poi dalla sua Lolita (che a diciassette anni è incinta di un giovane con il quale si è sposata), caduto in miseria, e disperato, ucciderà l’uomo che gliel’aveva portata via, anni prima, introducendola in un giro di produzioni pornografiche, e lasciandola poi a se stessa perché si rifiutava di concedersi.

Il romanzo diviene così la lunga apologia, scritta in attesa del processo, di un uomo ormai vecchio, accusato di omicidio, ma che, in realtà, ammette alla fine di sentirsi colpevole di un unico crimine: aver privato Dolores della sua infanzia.

Credits photo: umbertocantone.it

Da esso sono stati tratti diversi film, tra lui il più famoso è quello di  Stanley Kubrick Lolita del 1962 (foto sopra) e il più recente Lolita del 1997 di  Adrian Lyne (foto in evidenza). Ed è proprio attraverso le sue trasposizioni cinematografiche che questo personaggio è entrato -come simbolo- nella cultura e nel linguaggio di massa a indicare una giovanissima sessualmente precoce o comunque attraente.

 

Dame della giuria, mi appello alla vostra indulgenza! Consentitemi di rubare un piccolissimo frammento del vostro tempo prezioso! Eccoci dunque a le grand moment. Avevo lasciato la mia Lolita ancora seduta sulla sponda del letto abissale dove, sollevato un piede con aria sonnolenta, armeggiava con le stringhe, rivelando così il lato inferiore della coscia fino alle mutandine; quanto a mostrar le gambe era sempre stata singolarmente distratta, o sfacciata, o le due cose insieme. Tale fu quindi l’ermetica visione di lei che avevo imprigionato, dopo essermi accertato che la porta non si potesse chiudere dal di dentro. La chiave, col suo pendulo numero di legno intagliato, divenne così il gravoso sesamo verso un futuro estatico e formidabile. Era mia, era parte del mio pugno torrido e peloso. Tra pochi minuti – forse venti, forse una mezz’ora, sicher ist sicher, come diceva mio zio Gustavo – mi sarei introdotto in quel «342» e avrei trovato la mia ninfetta, la mia bellezza, la mia sposa prigioniera del suo sonno di cristallo. Giurati! Se la mia felicità avesse potuto parlare, in quell’albergo signorile si sarebbe udito un boato assordante. E il mio unico rimpianto, oggi, è di non aver lasciato discretamente la chiave numero 342 al bureau per abbandonare la città, il paese, il continente, l’emisfero – ma che dico, il pianeta! – quella sera stessa.

(V.Nabokov, Lolita, 1955, cap.28, parte I)

Sara Fiore

Sara Fiore, siciliana, studentessa universitaria in lettere moderne, classe 1994. Bibliofila, cinefila, letterata, scrittrice in erba passionale come la mia terra. Le parole sono il mio super potere! #thinkcreative

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