Marcorè canta De Andrè ed emoziona con umiltà

Una serata estiva perfetta per la musica e per sentire la mancanza di un cantastorie unico

Una scommessa per qualcuno, forse un azzardo per altri ma, comunque la si voglia vedere, la vittoria per Neri Marcorè c’è tutta. Smessi momentaneamente i panni del comico, dell’attore più o meno impegnato ma sempre in grado di farsi ringraziare per la sua presenza nel mondo dello spettacolo, Neri si fa cantante. Cantare De Andrè, farne riaffiorare le note, non è un’operazione nostalgia di quelle di basso livello, con scopi altrettanto minimi, ma un modo in cui la passione per la musica e le parole di un poeta, vengono nuovamente valorizzate da un artista che molto umilmente e elegantemente, ridà loro nuova linfa. Fiume Sand Creek, Hotel SupramonteKorakhané, sono solo alcune delle canzoni che rivedono la luce in una speciale sera d’estate.

Marcorè è un artista a tutto tondo, poliedrico e creativo che non delude. Si permette perfino di non cantare Il pescatore, nonostante la serata torinese si intitoli Come una specie di sorriso. La cosa dopotutto non lascia amarezza e la scelta delle canzoni non segue un filo rosso ma semplicemente il gusto di chi le canta e suona e quindi il pubblico è chiamato solamente a farsi trasportare dalle proprie emozioni e dai ricordi che le note fanno riaffiorare. Un plauso agli arrangiamenti rinnovati ma non rovinati, che risultano simili agli originali e ottimi all’esecuzione dal vivo. L’atmosfera che si respira, un po’ sabauda visto la location di piazzetta Reale, è perfetta per una serata estiva in cui la musica la fa da padrona.

La musica e i testi di De Andrè da Andrea a Creuza de ma, da Quello che non ho a Amore che vieni, amore che vai, fanno sì che il pubblico venga sorpreso e rincuorato nel sentire alcune storie riecheggiare nuovamente. Molto è stato suonato dell’album Anime salve, che effettivamente risulta perfettamente attuale. Una cosa viene poi sottolineata da Marcorè durante la serata: l’artista genovese era dalla parte dei poveri, egli umili, delle minoranze, dei perseguitati e soprattutto degli emarginati, degli ultimi. De André era anche questo, un portavoce, un cantastorie di mondi lontani eppure vicini, mondi fatti di diversità e per questo speciali e degni di essere raccontanti e appunto cantanti per poter essere tramandati.

In un momento storico come questo, in cui di storie ce ne sono molte, di paesi martoriati dalle guerre, di persone che abbandonano tutto e si imbarcano per mari ignoti, di persone che accolgono e governi che respingono, quello che manca è un cantastorie. Risentire De Andrè per mezzo di Marcorè e dello spettacolare Gnu Quartet, fa subito sentire nostalgia come è normale che sia. Ma insieme a questa nostalgia per un poeta quale era ed oggi ancora è nell’immaginario di chi ne apprezza ancora la profondità e la bellezza, si scatena una necessità, una mancanza: chi raccoglierà questi mondi che si arenano sulle nostre coste? Chi si metterà dalla parte degli ultimi e ne conserverà il ricordo in parola o in musica? De Andrè sarebbe stato perfetto.

Giulia Papapicco

Classe 1988, laurea in Lettere e via, a New York per un anno facendo indigestione di pancakes e sciroppo d'acero ma soprattutto avendo modo di conoscere culture nuove. Scrivo per passione da sempre perchè solo in questo modo riesco a vedere le cose come sono veramente.

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