Maria Elisabetta Alberti Casellati: non ne facciamo uno stendardo della lotta di genere

La neo Presidente del Senato e le sue scelte nel campo della parità

La neoeletta Presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, è la prima donna nella storia d’Italia a ricoprire la seconda carica dello Stato. Casellati siede in Senato – eletta nelle liste di Forza Italia – per quella che è la sua sesta legislatura ed è considerata una fedelissima di Berlusconi, che spesso ha difeso in pubbliche arene, commentando ad esempio la sentenza Mediaset come un “golpe” portato avanti dalla magistratura ai danni del Cavaliere. Laureata in giurisprudenza e specializzatasi poi presso la Pontificia Università Lateranense in diritto canonico, la Presidente del Senato è stata ricercatrice universitaria e ha poi esercitato per molti anni come avvocato matrimonialista.

La sua elezione, nonostante la vicinanza a Berlusconi, è stata frutto di un’iniziativa di Matteo Salvini, che, facendo un passo indietro rispetto alla possibilità di presentare un candidato della Lega, la ha proposta come alternativa a Paolo Romani, a propria volta senatore di Forza Italia che non incontrava il favore del MoVimento 5 Stelle a causa di una condanna per peculato.

La Senatrice, al momento di accettare la carica, non ha utilizzato le declinazioni al femminile delle cariche istituzionali tanto care alla ex Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini, che ha fatto di parole come “ministra” “assessora” “sindaca” una vera e propria bandiera della sua politica. Altresì, Maria Elisabetta Alberti Casellati si è presentata davanti all’aula di Palazzo Madama definendo un onore oltre che una responsabilità che sento doveroso condividere con tutte quelle donne […] che hanno costruito l’italia di oggi”.

Resta da chiedersi in che modo la Presidente del Senato voglia porsi in continuità con tutte quelle donne che hanno costruito l’Italia di oggi: si chiama Maria Elisabetta Alberti coniugata Casellati, ed è conosciuta dunque con il cognome del marito. Si è espressa a favore della riapertura delle case chiuse (la legge Merlin, che nel 1958 ha determinato la chiusura dei postriboli, porta il nome della promotrice, prima donna ad essere stata eletta senatrice, la partigiana e socialista Lina Merlin). Ha marciato insieme ad altri 150 tra deputati e senatori del Popolo delle Libertà davanti al Tribunale di Milano durante il processo Ruby, negando l’accusa di sfruttamento della prostituzione minorile. Ha firmato una proposta di legge per l’abolizione della legge 194 che garantisce l’interruzione volontaria di gravidanza. Ha detto che il via libera alla pillola abortiva RU486 “strizza l’occhio alla cultura della morte”.

A questo punto si rende necessario rispondere a una serie di interrogativi: è sufficiente essere la prima donna a ricoprire la carica di Presidente del Senato per potersi proporre come destinataria di un’eredità politica tutta al femminile? D’altra parte: è giusto considerare una prerogativa dei partiti “progressisti” quella di includere rappresentanti delle “minoranze”? Esiste coerenza, ad esempio, nell’elezione del Senatore Toni Iwobi tra le fila della Lega, un uomo di origine nigeriana che porta avanti battaglie contro l’immigrazione? È giusto credere che ci sia un legame indissolubile tra identità e ideologia, talmente saldo da rendere impossibile a un nero di portare avanti politiche razziste, a una donna di portare avanti politiche sessiste o, ancora, a un omosessuale di portare avanti politiche omofobe? Non è forse questa una sottile e meno esplicita forma di discriminazione, l’appiattimento della sacrosanta libertà di pensiero? È forse questo il paradosso del politically correct? La presunta purezza della sinistra, non sarà solo un’altra faccia della ghettizzazione delle minoranze, obbligate a pensare in base alla propria identità?

Sia partiti di (centro)sinistra che tutti noi che ci definiamo “progressisti” dobbiamo porci questi quesiti. È necessario scendere dal piedistallo morale che ci siamo auto-attribuiti, cercare di andare oltre, riconoscere le sfumature, farsi domande. C’è necessità di pragmatismo, affinché si possa continuare la lotta sui temi civili più scottanti, come lo ius soli o l’obiezione di coscienza o l’eutanasia o l’equiparazione delle unioni civili al matrimonio, ad occhi aperti, senza banale retorica.

Ma d’altra parte, per piacere, non facciamo dell’elezione di Maria Elisabetta Alberti Casellati uno stendardo della lotta di genere.

Camilla Eva Trotta

Dal 1993 con furore, sulla mia tomba scriveranno "Qui giace colei che non era d'accordo".

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