Max Weber e il difficile mestiere dell’uomo politico

Il sociologo tedesco Max Weber nel 1919 tenne una conferenza dal titolo 'La politica come professione'

Si può dire che tre qualità sono soprattutto decisive per l’uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza

Queste le parole del sociologo tedesco Max Weber, estratte dalla sua celebre conferenza del 1919 dal titolo La politica come professione, nella quale tenta di fornire una definizione di politica attraverso la catalogazione di alcune tipologie di uomo politico, evidenziandone le loro caratteristiche.

Nell’odierna società italiana che, forse più di ogni altra, lamenta la corruzione politica e la mancanza di un senso di appartenenza civile alla causa pubblica, l’analisi compiuta da Weber risulta quanto mai attuale e illuminante. La disillusione nazionale conduce infatti al banco degli imputati l’istituzione politica, continuamente accusata dall’opinione pubblica di essere la causa di tutti i mali che affliggono la società.

È lecito dunque chiedersi, alla luce di tali considerazioni, come e se è ancora possibile parlare di politica, o meglio, se esiste un ideale politico ancora realizzabile?
Secondo la visione del sociologo tedesco, la risposta a tale domanda può essere fornita attraverso un’attenta analisi in merito all’attuale funzione della politica, procedendo per mezzo di una definizione delle qualità necessarie all’uomo politico.

Innanzitutto, il primo passo da compiere in questo senso, consiste nell’analisi del titolo originale della conferenza: Politik als Beruf, dove la parola tedesca “beruf” assume un duplice significato. Essa infatti può esser interpretata sia come professione sia come vocazione, dunque una scelta assolutamente non casuale quella del lessico adoperato dall’intellettuale, dal momento che se ne serve per evidenziare il primo punto fondamentale della sua visione politica: l’importanza della vocazione, come fondamenta su cui si regge l’intera struttura politica.

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L’idea di vocazione dell’uomo politico porta dunque inevitabilmente con se anche una dose di passione e volontà partecipativa alle iniziative da lui sposate che devono essere sostenute da un ideale forte. Non importa che sia buono o cattivo,  la presa di posizione è sempre una scelta migliore rispetto all’ignavia, come del resto ci aveva già insegnato il sommo poeta Dante che, non a caso, da buon uomo politico, disprezzava e considerava tra i peggiori peccatori coloro i quali avevano vissuto “sanza ‘nfamia e sanza lodo” (“Senza infamia e senza lode”, Inferno III Canto). Weber intende dunque la passione come quella dedizione appassionata ad una causa che crea nell’individuo un senso di responsabilità  tale da guidare sempre le sue azioni.

Ecco che, vicino alle immagini del fervore, del furor della passione e degli ideali, Weber delinea la figura opposta del politico di potenza. ovvero, se la politica è potere, il politico di potenza è quello che si accosta al mondo della politica esclusivamente con l’idea del potere per il potere, le cui scelte politiche non avvengono in nome di un ideale ma mutano a seconda delle sue chance di successo. È una politica che” si adatta” per inseguire la conquista di un potere che tuttavia, essendo privo di scopo, tende ad esaurirsi in sé, divenendo improduttivo.

Ma la politica non può esser ridotta soltanto al puro “es“, come direbbe Freud, essa necessità infatti anche di un “io” abbastanza forte da indirizzarne le azioni e le decisioni. Ecco che Weber parla di lungimiranza, la propensione, opposta a quella esercitata dalla passione, che deve guidare l’uomo politico nella sue scelte, attraverso un’ analisi fredda e razionale. Il “distacco” è infatti per il sociologo il punto di vista privilegiato per esercitare il mestiere della politica, coincidente con la capacità di lasciare che la realtà agisca su di noi ispirandoci una ragionata riflessione.

Ma come possono convivere queste tendenze opposte nell’individuo?

Weber afferma che l’uomo politico debba essere in grado di esercitare quel fermo controllo del proprio animo che caratterizza il politico appassionato e lo distingue dai dilettanti della politica che semplicemente “si agitano a vuoto”. Un distacco partecipato, dunque, quello auspicato dallo studioso, realizzabile attraverso l’esercizio quotidiano al dominio controllato delle passioni, soprattutto della più temibile, ossia quella della vanità, in grado di corrompere ogni uomo, perché associata alla sete di potere (vedi il politico di potenza).

Ecco che al politico di potenza Weber oppone la figura del politico di professione, che mette la ricerca e l’esercizio del potere al servizio di una causa che possiede un fondamento più o meno direttamente etico.

Da una parte dunque l’etica dell’intenzione (del politico di professione) e dall’altra l’etica di responsabilità (del politico di potenza), l’una simbolo di un’etica che agisce guidata dalla pura razionalità logica, senza tener conto delle conseguenze, l’altra, al contrario, simbolo di un’etica che agisce soltanto in base alle conseguenze che produce nel mondo. Pertanto:

Se nell’etica dell’intenzione il fine non giustifica mai i mezzi, in quella della responsabilità la giustificazione di un comportamento attraverso il fine eticamente buono che esso contribuisce a realizzare è una possibilità sempre aperta, anche se va decisa e valutata di volta in volta nella situazione concreta.

Ma queste affermazioni non sono a noi del tutto nuove. Nel corso del 1500, in Italia, infatti, veniva pubblicato Il Principe di Niccolò Machiavelli, padre della scienza politica, che con la sua scandalosa analisi aveva delineato la figura reale di uomo politico come un perfetto binomio tra virtù opposte. Violenza e magnanimità, forza e astuzia in un’idea di politica che per la prima volta veniva separata dalla morale e di cui veniva messo in evidenza l’obiettivo fondamentale del perseguimento del bene comune a qualunque costo (come suggerito dall’etimo stesso del termine politica da “polis” πόλις che non indicava soltanto la città greca ma proprio il modello politico allora vigente in Grecia).

A conferma di questo interessante parallelismo tra due pensatori tanto lontani del tempo, introduciamo un’ulteriore prova che consiste proprio nell’analisi operata da Weber del rapporto esistente tra potere politico e violenza.

Politica è infatti innanzitutto per Weber sinonimo di dominio poiché essa non rappresenta un modo ma un mezzo legittimo attraverso cui viene esercitato il potere. Pertanto se essa consiste nell’esercizio di un comando su un determinato territorio, tale potere implica la possibilità dell’uso legittimante della forza fisica.

Un gruppo o un comando assume una natura specificamente politica quando, indipendentemente dai fini che si prefigge, si serve come mezzo dell’esercizio effettivo – o, più frequentemente, della semplice minaccia – del ricorso a un uso della forza che i membri del gruppo politico ritengono legittima.

Dunque la scelta di fare politica coincide con la scelta di servirsi della violenza, intesa come principio di prevaricazione sugli altri, che guida la volontà di affermarsi di un gruppo o di un leader e di mantenere il potere. Infatti il legame tra politica e violenza “non è ristretto per Weber alla politica inter-nazionale o alla guerra, ma è parte integrante dell’esercizio del potere anche sui membri della comunità politica”.

Ciò dimostra la straordinaria lungimiranza di Machiavelli che, guardando alla verità effettuale delle cose, aveva già intuito, tradendo i principi morali allora vigenti e dando voce al suo “scandaloso pensiero” , il profondo legame tra queste due realtà,  sebbene sempre l’azione sia finalizzata ad un bene superiore, alto in senso etico, quale quello della comunità.

Ecco che l’etica non è assente in Machiavelli, come non è assente in Weber, ma coincide con un’etica del bene comune che analizza la realtà, la tremenda difficoltà, la responsabilità e le doti d’equilibrio tra tensioni opposte richieste ad un buon uomo politico, suggerendoci, implicitamente, l’idea che tale mestiere non sia in realtà alla portata di tutti.

Sara Fiore

Sara Fiore, siciliana, studentessa universitaria in lettere moderne, classe 1994. Bibliofila, cinefila, letterata, scrittrice in erba passionale come la mia terra. Le parole sono il mio super potere! #thinkcreative

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