Mondiali, Trump e caos Brexit: la settimana nera del Regno Unito

Giorni difficili per il governo di Theresa May. Un accordo per uscire dall'UE troppo morbido e le dimissioni di due ministri chiave conducono il Regno Unito verso una nuova fase delle trattative: quella pragmatica. Fino a quando non arriva Donald Trump

Le dimissioni del ministro per la Brexit David Davis, quelle di Boris Johnson dagli Esteri, le critiche di Donald Trump (subito ritrattate: come se servisse a qualcosa) e, per concludere in bellezza, la sconfitta di giovedì sera alla semifinale dei mondiali, contro la Croazia, e quella alla finalina, contro il Belgio: per i sudditi di Sua Maestà, quella appena trascorsa è una settimana da dimenticare.

La riunione a Chequers

È iniziato tutto venerdì 6 luglio, in realtà, con la riunione di gabinetto del governo May a Chequers: la goccia che ha fatto traboccare il vaso degli hard brexiteers. I risultati dell’incontro hanno infatti spinto David Davis a rassegnare le proprie dimissioni, il lunedì successivo – seguite, poche ore dopo, da quelle di Boris Johnson. Reazione naturale all’adozione, ormai ufficiale, di un’uscita cosiddetta “soft” e all’implicita ammissione di quanto sia ineluttabile il fatto che, per quanto il Regno Unito si possa chiamare fuori dall’UE, comunque non può prescindere dai rapporti con quest’ultima.

Troppo, per i due ministri dimissionari. L’impressione è che si stia tentando di costruire un modello ibrido per il Regno Unito: uno status a metà, non membro dell’UE ma neanche paese terzo. Un po’ come succede con gli altri Stati europei che però non fanno parte dell’Unione, come Norvegia, Islanda, Liechtenstein e Svizzera ? Più o meno. I paesi che hanno aderito all’Associazione europea di libero scambio (EFTA) partecipano al mercato unico comunitario e, dunque, sono tenuti al rispetto delle quattro libertà su cui esso si fonda (circolazione dei beni, delle persone, dei servizi e dei capitali), ovvero esattamente ciò da cui il Regno Unito voleva svincolarsi; la Svizzera regola invece i propri rapporti con l’Unione tramite accordi bilaterali.

Venerdì scorso invece i punti principali all’ordine del giorno erano tre: armonizzazione della circolazione dei beni, giurisdizione sulle dispute circa accordi presi con l’Unione (ammettendo dunque la possibilità di intervento della Corte di Giustizia Europea riguardo alle questioni commerciali?) e un nuovo accordo sulle tariffe. Posizioni troppo annacquate, apparentemente; non a caso, la premier ha rassicurato i cittadini su Facebook:

“Does it mean an end to freedom of movement? Will we be able to sign our own trade deals? And will the UK be outside the jurisdiction of the European Court? I’m very pleased to say the answers are very simple: yes, yes and yes“.

E niente più manodopera non qualificata libera di insediarsi sul suolo britannico, forte della cittadinanza europea: è finita l’epoca in cui si va a lavare i piatti a Londra per imparare l’inglese.

Chi ha bisogno del Regno Unito?

Voce dura, insomma. Ma, di fatto, sarà una soft Brexit. D’altra parte non vi erano alternative. Le parti in causa non giocano sullo stesso piano, Bruxelles può avanzare pretese molto più alte e Londra non può che cercare di stemperarle: tra le due, è quest’ultima la più debole. L’Unione Europea non rimpiangerà certo la perdita di un’economia che, se fino a prima del referendum era ancora il primo mercato dell’export europeo (con il 16% del totale), ad oggi ha capito di dover correre ai ripari. Nonostante, all’indomani del referendum del 2016, l’economia britannica abbia fugato i timori dei più scettici, è ancora presto per valutare gli effetti sul lungo termine dell’uscita dal mercato comune. Di certo c’è che molte aziende – ultimo il colosso aerospaziale Airbus – hanno iniziato a riparare sul continente.

La nuova generazione di Brexiteers: i pragmatici

A Dominic Raab, subentrato a Davis, e Jeremy Hunt, che ha preso il posto dell’ex sindaco di Londra, spetta il compito di trainare il Regno Unito fuori dal pantano. L’obiettivo della battaglia si è spostato ed è arrivato il momento di guardare in faccia la realtà: l’hard Brexit non è più una prospettiva né ai Comuni né tanto meno alla Camera dei Lord, Bruxelles ha accolto la notizia del caos all’interno del governo britannico con la tepidezza di chi aspettava il cadavere del nemico trascinato dal fiume e, ora, l’unico modo di uscirne in maniera per lo meno dignitosa è patteggiare un accordo in base al quale “il Regno Unito può anche aver abbandonato l’UE, ma resta comunque parte dell’Europa”. Un mantra non nuovo, da due anni a questa parte, ma adesso non vi sono più motivi per cui il nuovo governo debba trovare ulteriori ostacoli nel proseguire in questa direzione. In realtà non vi è neanche più molto tempo prima che, accordo o meno, il Regno Unito debba lasciare l’Ue – ma questo, appunto, non è affare di Bruxelles.

E infine arriva Trump

Ciliegina sulla torta, giovedì a Londra è atterrato Donald Trump, di passaggio tra la riunione dei vertici NATO a Bruxelles e l’incontro con il presidente russo Vladimir Putin, programmato per lunedì 16 a Helsinki. La prima visita ufficiale del presidente statunitense, accompagnato dalla First Lady Melania, ha reso palese lo stridente contrasto tra la britannica compostezza di un cerimoniale curato fin nei minimi dettagli (sebbene disturbato da un enorme pallone gonfiato ad elio a forma di “baby Trump“, dal ghigno capriccioso e il dito pronto a postare l’ennesimo tweet provocatorio, a cui il sindaco di Londra Sadiq Khan ha dato il nullaosta per prendere il volo) e la goffaggine del tycoon americano.

Non si parla solo di un inchino mancato davanti alla Regina, bensì soprattutto delle dichiarazioni rilasciate al Sun (poi subito ritrattate facendole passare per “fake news“). Stoccate contro la gestione della Brexit, critiche sull’approccio “soft“di cui sopra, di fianco a lodi e stima rinnovata per l’ormai ex ministro degli Esteri: Trump ce lo vedrebbe bene, Boris Johnson, al numero 10 di Downing Street. Secondo il presidente USA tali dichiarazioni sarebbero state ritagliate ad hoc, o almeno questa è stata la versione ufficiale per alleviare l’imbarazzo davanti alla padrona di casa. Sta di fatto che, nel frattempo, le parole di Trump sono indice della sua generale diffidenza verso un Regno Unito ancora invischiato nelle dinamiche comunitarie. Da aggiungere alla lista dei motivi per cui il mal di pancia in casa Tory si fa ancora più acuto.

A photo speaks a 1,000 words. Photo: Stefan Rousseau

Un post condiviso da The Guardian (@guardian) in data:

Liliana Farello

Aquilana, classe '93, attualmente studio Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma. Nel mio futuro mi piacerebbe vedere cosa c'è dall'altra parte del mondo, ci sto lavorando.

0 Commenti

Nessun Commento!

Non ci sono ancora commenti, ma puoi prima commentare questo articolo.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. i campi richiesti sono contrassegnati*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.