Morire lavorando

Dall'inizio dell'anno sono 154 le persone che hanno perso la vita sul posto di lavoro, 5 solo nell'ultima settimana.

Sono tragici i numeri che vengono dall’Inail, l’istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali. Tra gennaio e luglio 2017 le denunce di infortunio con esito mortale sono state 591, in aumento rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente, in cui il numero ammontava a 562.
A morire, secondo i dati forniti dall’Inail, sono per lo più lavoratori di età compresa tra i 50 e i 59 anni, tra i 45 e i 49 e tra i 40 e i 44.
Le malattie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo sono quelle più denunciate, insieme a quelle del sistema nervoso e del sistema respiratorio.

Le notizie delle ultime settimane ci costringono a fare i conti con una realtà che esiste, una tragedia che non si è mai arrestata, quella dei lavoratori che muoiono mentre fanno il loro lavoro, schiacciati da macchinari mal funzionanti o precipitati da metri di altezza. Il problema è che questo tema viene ricordato solo quando tali eventi si manifestano, per poi far sprofondare di nuovo la questione nel silenzio più totale.

Dall’ inizio del 2018 i morti sul posto di lavoro sono 154.
Nel giorno di Pasqua sono morti due operai della Ecb Company srl di Treviglio, nel Bergamasco, a causa di un’esplosione di un’autoclave in un serbatoio. Solo pochi giorni prima, il 28 marzo, a perdere la vita per un’esplosione in un serbatoio nel porto industriale di Livorno sono stati due dipendenti della Labromare.
Di ieri mattina la notizia di un operaio travolto a Maghera (Venezia), da un camion uscito da un deposito.

Una situazione intollerabile e inaccettabile, da ricollegarsi in larga misura alla condizione stessa del lavoro che sussiste ancora oggi, in una società in cui la tecnologia e l’attrezzatura all’avanguardia dovrebbero garantire situazioni diverse rispetto al passato. Invece si continua a morire per sfruttamento. La manodopera è diventata più precaria e manca totalmente una cultura della sicurezza. C’è da aggiungere che come conseguenza della devastante crisi economica con cui abbiamo dovuto fare i conti negli ultimi anni, molte aziende hanno preferito rinunciare a investire su nuovi macchinari, mantenendo in funzione quelli vecchi.

Eppure leggi sulla sicurezza dei lavoratori e la prevenzione degli infortuni esistono, ma il problema è che, come accade spesso nel nostro paese, non sempre seguono i fatti. Ciò che manca è una vera e propria cultura della prevenzione.
Il Testo Unico 81/08, che il 9 aprile compirà 10 anni, impone regole ferree in tutti gli ambiti lavorativi e sanzioni pesanti per chi non le rispetta. Il decreto legislativo n.81 del 2008, varato all’ indomani della tragedia della Thyssenkrupp di Torino dove persero la vita sette operai nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007, diversamente dal precedente 626/94 dove era sufficiente un’autocertificazione, ha reso obbligatorio l’applicazione del piano sicurezza anche alle realtà inferiori ai 10 lavoratori. Rientrano inoltre nella categoria non solo lavoratori dipendenti, ma anche chi opera senza ricevere stipendio. C’è poi l’obbligo di denuncia di infortunio dal primo giorno. Tuttavia il testo non è stato ancora completamente attuato. L’Anmil, l’associazione degli invalidi e delle famiglie delle vittime del lavoro, denuncia che sono almeno una ventina i provvedimenti da attuare. Tra le carenze principali l’Anmil ricorda il sistema di qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi. Spesso è proprio la burocrazia, uno dei grandi mali italiani, a frenare i progetti riguardo la prevenzione degli incidenti sul lavoro.

Insomma il Testo Unico sulla salute e sulla sicurezza sul lavoro ha portato a notevoli passi avanti, ma restano tuttavia necessari maggiori sforzi per far sì che la sicurezza non venga vissuta come un puro costo senza ritorno, ma come un investimento sulle persone e sulle attrezzature.

Federica Antonecchia

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