Mr. Zuckerberg: perché dovremmo fidarci di lei?

Il ceo di Facebook ha affrontato per due giorni il fuoco di domande

Nelle giornate del dieci e undici aprile, Mark Zuckerberg si è presentato davanti al Senato e alla Camera dei Rappresentanti a Washington per sottoporsi a una lunga serie di domande riguardanti la piattaforma tech da lui creata, Facebook, e per discutere delle politiche adottate dall’azienda nella protezione dei dati degli utenti, quelle adottate per controllare gli hate speech (discorsi d’odio) e per limitare la portata e la diffusione delle molto discusse fake news. L’amministratore delegato del social network più amato del mondo è una figura che tiene molto alla propria riservatezza, non ama parlare in pubblico e ogni volta che in passato ha dovuto affrontare questo tipo di esigenza, si è sempre presentato in maniera molto ingessata.

Stavolta è stato diverso: la sua creatura, il piccolo progetto nato nel 2004 e cresciuto a dismisura fino a raccogliere i dati di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, è diventato ora un mostro che rischia di distruggere se stesso. Non solo. Facebook sta sollevando una serie di interrogativi intorno alla propaganda e alla trasparenza, elementi capaci di inficiare il livello di democraticità di alcuni processi politici, se è vero che attraverso il furto (o quantomeno: l’uso senza specifico consenso) di miliardi di dati di cittadini, la società Cambridge Analytica ha saputo creare una campagna elettorale ad hoc in favore della Brexit prima e di Donald Trump poi, facendo sì che ogni utente tracciato – e si parla di circa 90 milioni di profili – ricevesse un bombardamento intelligente in base alle preferenze precedentemente espresse sulla piattaforma.

Il dieci aprile

Dismessi gli abiti del giovane visionario, Zuckerberg ha dunque affrontato l’interrogazione da parte del Senato in giacca e cravatta, con una pessima cera, ma calmo e parlando con voce ferma. Qualche commento su Twitter ha poi ironizzato sul fatto che Mark abbia incarnato l’incubo più grande dei nativi digitali: spiegare la tecnologia ai più anziani. Di fatto la prima giornata si è conclusa tiepidamente, con una lunga sfilza di domande poco tecniche e mirate a comprendere le funzioni basilari di Facebook. Il ceo ha adottato una strategia delicata e insieme efficace per schivare le domande più insidiose o quelle a cui non sapeva rispondere, semplicemente rimandando ad aggiornamenti futuri da parte del “suo team”. Nelle cinque lunghe ore di interrogazione, tuttavia, sono state sollevate alcune importanti questioni: la senatrice Lindsay Graham gli ha chiesto se pensa di avere un monopolio e, incalzato, Zuckerberg ha dovuto riconoscere controvoglia il vuoto legislativo che esiste nell’ambito dei social network. Inoltre, il senatore Richard Blumenthal è entrato molto nel dettaglio del rapporto intercorso tra la società Cambridge Analytica e Facebook, portando Zuckerberg ad ammettere per la prima volta di aver violato un’ordinanza della Commissione federale del commercio del 2011, che chiedeva a Facebook di proteggere i dati degli utenti da abusi di terze parti.

Congresso vs Zuckerberg

Le domande più assurde fatte dal Congresso a Zuckerberg 😀

Publiée par Fanpage.it sur jeudi 12 avril 2018

L’undici aprile

Ma è stata la seconda sessione, quella tenutasi presso la camera bassa, ad aver messo Mark Zuckerberg più duramente alla prova: nello spazio di cinque ore, i rappresentanti lo hanno messo sulla graticola, con domande taglienti riguardo agli argomenti più disparati, come la libertà di espressione, la censura, la necessità di porre un freno ai discorsi inneggianti al terrorismo, la necessità di creare degli strumenti giuridici simili a quelli che entreranno in vigore a maggio nell’Unione Europea (il cosiddetto GDPR, Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati). Ma è stato soprattutto il rappresentante Michael Doyle a porre le domande più insidiose. Doyle ha sollevato la questione della protezione dei dati personali, ha interrotto spesso Zuckerberg pretendendo delle risposte chiare e concise e ha concluso il tempo a propria disposizione dicendo:

“Perché dovremmo fidarci di lei e del fatto che manterrà le promesse quando ha già dimostrato di essere disposto a sbandierare le politiche interne dell’azienda e la supervisione del governo solo per salvare i suoi interessi?”

Ciò che si è tentato di fare a Washington, più o meno in maniera sagace a seconda dei casi, è stato riappropriarsi di quegli spazi che i “ragazzi” della Silicon Valley hanno progressivamente sottratto alla politica, cercando di eludere o evadere le tasse, evitando la regolamentazione delle proprie attività e rifiutandosi di assumersi le responsabilità connesse con il mondo della tecnologia. Per quanto a volte tecnicamente inappropriate, le raffiche di domande hanno avuto l’importante ruolo di ridistribuire allo Stato e alle sue istituzioni le carte di un gioco da cui erano stati esclusi da troppo tempo (con conseguenze potenzialmente venefiche per la democrazia) e di riportare l’attenzione sull’arena politica, l’unica capace di tutelare a tutto tondo i diritti dei cittadini.

Camilla Eva Trotta

Dal 1993 con furore, sulla mia tomba scriveranno "Qui giace colei che non era d'accordo".

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