Nome di donna o del racconto positivo

Marco Tullio Giordana porta la sua riflessione sulla questione femminile. Se il suo cinema cade, come buona parte del cinema italiano contemporaneo, nell'eccessiva semplificazione degli sviluppi, dall'altra lancia un messaggio positivo di cui oggi si ha più che mai bisogno

È importante che in certi periodi storici vengano realizzati prodotti che lancino un messaggio, importante ma soprattutto semplice e comprensibile. È tra questi Nome di donna, ultimo lavoro dietro la macchina da presa di Marco Tullio Giordana, regista abituato alle tematiche sociali (I cento passi, Romanzo di una strage).
Non è un caso che un film del genere venga portato nelle sale proprio in occasione della ricorrenza dell’otto marzo, in un periodo in cui le questioni di genere sono fortemente sostenute, ma anche più che discusse.

Nome di donna si apre sulla campagna lombarda, una giovane donna (Cristiana Capotondi) trova lavoro grazie all’intercessione di un prete locale presso una rinomata casa di ricovero per anziani. Il primo dettaglio è chiaro: solo uomini in consiglio di amministrazione; solo donne, anche straniere, tra le inservienti. In questo divario professionale tra i sessi, l’opera di Giordana racconta la storia di molestie e sottili ricatti che la protagonista subirà da parte del direttore dello stesso istituto che doveva garantirle lavoro, e quindi sicurezza.

I temi portati sul grande schermo sono quelli su cui tutti recentemente si sono (o si sarebbero dovuti) interrogare. Della difficoltà del riuscire a sottrarsi a un esercizio di potere – che sia nella Hollywood dello scandalo Weinstein o in ambienti più modesti non importa – alle molteplici espressioni dello sfruttamento. E se forse non si riesce a trovare una risposta esaustiva alle riflessioni e un chiaro confine tra bianco e nero, Nome di donna sottolinea cosa, nel percorso di risoluzione del problema, non va. Da un sistema giudiziario ancora troppo spesso soggetto alle “simpatie” dei ranghi più alti, alla mancanza di una presa di posizione femminile comune, compatta. Non una di meno, come recita un famoso movimento contemporaneo, ma neanche una da sola.

Il problema dell’opera di Giordana, nello specifico, e di una certa e frequente produzione del cinema italiano è però il fastidioso uso del linguaggio televisivo sul mezzo errato. Se da una parte il messaggio da proporre è forte e necessario, dall’altra non si riesce a sostenerlo con il corretto spessore. Il susseguirsi delle vicende procede infatti privo di retorica, ma in modo troppo semplicistico e con una sceneggiatura che presenta più di qualche falla, tra eventi surreali e dialoghi preconfezionati. I personaggi sono i primi a subire le conseguenze di questo debole lavoro di scrittura, palesandosi perfettamente nel ruolo scelto per loro (dalla vittima al carnefice, dal prete pronto a voltarsi dall’altra parte all’avvocato donna della difesa), ma privi di quello studio sull’intimo atto non solo a conoscere, ma a comprendere ed empatizzare.

Il risultato finisce così per ridursi a una semplice fiction facilmente immaginabile in prima serata, che lascia a uno spettatore più attento ed educato l’amaro in bocca. Non tanto per il tentativo fallito, quanto più perché spesso, dietro la realizzazione di determinati prodotti, vige già in principio l’assenza di coraggio e la volontà di piegarsi ai vezzi di un pubblico ormai abituato a bassi standard.

Se da una parte il registro filmico e la messa in opera sono più che contestabili, dall’altra è più che doveroso, invece, difendere ciò che un racconto di questo tipo possa significare. L’epilogo per la protagonista sarà positivo, ed è questo il punto. Oggi, in un contesto in cui ormai si fa a gara a chi per primo rinnova il passaporto per la propria fuga, le piccole infusioni di speranza servono. Come servono le prese di consapevolezza su ciò che possiamo, sui nostri diritti e sui mezzi che abbiamo per difenderli. In Nome di donna si salva una donna, ma non si salvano tutte. Non ci sono favole né miracoli dietro l’angolo, solo la possibilità di credere che salvarsi sia concretamente possibile. Mai dimenticarlo.

Martina Neglia

Classe 1993. Studio Fisica, ma non sembra.

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