Nuove economie urbane a Milano

Presentato il piano sulla nuova manifattura digitale a Milano

Nelle scorse settimane il Comune di Milano ha presentato il piano per la Manifattura urbana – Nuove Economie Urbane, con un evento presso Base, alla presenza del sindaco Giuseppe Sala, del sottosegretario Ivan Scalfarotto e dell’Assessore alle Politiche del lavoro, Attività produttive Cristina Tajani, vero motore in Comune, già dalla scorsa amministrazione, dell’iniziative di public policy orientate a promuovere e consolidare le pratiche dell’innovazione.

Come ha dichiarato il sindaco Sala, questo tema rappresenta uno degli architravi della azione di governo della sua Amministrazione. L’obiettivo è quello di rendere Milano un ‘laboratorio delle traiettorie di sviluppo del Paese’, volto a creare sul territorio un ecosistema favorevole all’insediamento, alla crescita e allo sviluppo di imprese e start-up attive nel campo della manifattura digitale e del nuovo artigianato 4.0. 

Per l’Amministrazione meneghina si tratta di “passare dalla sperimentazione al sistema”.  Spesso nell’immaginario ci si dimentica della natura profondamente manifatturiera di Milano: i numeri, invece, ci dicono che in città ci sono 36.000 imprese e 350.000 posti di lavoro, 13.000 artigiani in manifattura, che generano il 25% del fatturato complessivo della città. Milano è quindi la prima città in Italia per “consistenza manifatturiera” (relativamente al numero di imprese e di addetti nel settore). Inoltre, la città ambrosiana è la prima in Italia per startup manifatturiere.

Molti commentatori hanno avuto modo di soffermarsi su questo tema: uno dei più lucidi è stato (come spesso gli succede) Francesco Cancellato, direttore di Linkiesta.  Sarebbe, quindi, quasi superfluo commentare ulteriormente, per sottolineare come è evidente che in molti in questo Paese guardino a Milano come la città che sta più correndo, avendo assunto appieno la propria vocazione europea.

Mi permetto perciò di sottolineare  solo tre aspetti.

In primo luogo, il metodo. Il piano è frutto di un lavoro di molto mesi, fatto di ascolto, analisi, studio ed approfondimento, percorso fuori dall’abitudinario metodo di redazione delle politiche pubbliche. E’ evidente lo strappo del Comune di Milano nel voler entrare nel merito di una questione centrale per lo sviluppo della città, intestandosi anche competenze non propriamente riconducibili all’azione di un Comune .

E’ un’evidente forzatura, un “correre in avanti”, un voler designare una prospettiva, spingendo oltre lo sguardo: questo, in un tempo in cui la politica è timida, è un fatto positivo, soprattutto perché fatto con responsabilità e competenza.

In questo Paese sul terreno dell’innovazione, in particolare su quello dell’industria 4.0/manifattura digitale, stiamo assistendo a uno vero e proprio duello, spesso manifestamente nascosto.

L’innovazione e soprattutto le policy che l’accompagnano non sono neutrali. Fare le cose in un determinato modo, coinvolgendo soggetti, comporta  scegliere di andare in una direzione piuttosto che in un altra, includendo e, contemporaneamente,  escludendo attori. Scegliere, ad esempio, di considerare che l’innovazione sia  solo un problema di ammodernamento del parco macchine, delineando misure per favorire la defiscalizzazione degli acquisti degli stessi, è una riduzione (pericolosa) della dinamica innovativa. Rischia di essere una scelta che banalizza la complessità della c.d. Quarta Rivoluzione Industriale, fondata sull’integrazione dei bit e degli atomi.

Bene ha fatto, allora, il Comune di Milano, a coinvolgere in fase di formazione e di attuazione del proprio piano, “l’ecosistema dell’innovazione” che sta emergendo in questi anni. Un set di attori quali le Università, le aziende (nelle loro diverse forme e dimensioni), gli attori dell’open innovation (i makers, i fab lab) ma anche il mondo della scuola superiore. Coinvolgere questi soggetti, chiamandoli a svolgere un ruolo da protagonisti, significa aver chiaro che la grande trasformazione del produrre, a cui stiamo assistendo, non è solo un problema di macchine, ma di radicale cambiamento dei modelli di business e delle competenze richieste.

Ed infine, va apprezzato il voler giocare lo stesso torneo di altre realtà metropolitane, quali Barcellona,Parigi, Londra, Boston, Tolosa, Shenzhen, Amsterdam, Santiago, Detroit. E’ qui che si vince la partita, nell’essere capaci di star dentro il flusso di questo fenomeno internazionale, che ha il suo cardine nel voler riportare le imprese manifatturiere nel centro della città.

Il piano sarà giudicato dalla capacità di consolidare e aumentare la presenza di imprese manifatturiere in città e aumenterà nei prossimi anni. E’ ovvio non saranno le antiche imprese a cui si è abituati, ma nuove forme e nuovi modelli.

Ma o si crea economia, in termini di ricchezza e di occupabilità, o tutto ciò non servirà.

Qui, comunque,  si tifa Milano Manifatturiera, senza se e senza ma!

Angelo Bongio

Interista, valtellinese di nascita, lombardo di vita e lavoro, curioso di varie robe

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