Papa Francesco e il viaggio fatto di tabú e critiche

L'Asia è sotto ai riflettori mediatici e con il pontefice si riapre la questione dei rohingya

Il nuovo viaggio di papa Francesco fa decisamente discutere. Solo papa Giovanni Paolo II si era spinto tanto lontano da arrivare in Bangladesh ma non in Myanmar. Queste dunque sono le mete scelte dal papa per un viaggio lungo e certo lontano ma non solo geograficamente: di grosso significato e non solo spirituale. Quella nell’ex Birmania in particolare è una visita sotto i riflettori mondiali, che rimarrà nella storia: la prima di un pontefice in questo Paese. L’Asia in questi mesi è meta di parecchie visite, vedasi quella di Trump che non contento ha “spedito” nuovamente la figlia Ivanka in occasione del sesto Vertice dell’imprenditorialità globale (GES 2017), organizzato per la prima volta in Asia meridionale.

Bangladesh e Myanmar

La figura di Aung San Suu Kyi oggi consigliera di Stato e ministro degli Esteri, sicuramente ha a che fare con la scelta di questa visita, così come la complicata questione dei rohingya. Al momento la “giustificazione” del viaggio risiede nella volontà del papa di dimostrarsi vicino ai più deboli ed emarginati. Ma c’è un ma che risiede nella natura dei diritti dell’uomo. La parola impronunciabile che poco cela e tanto agita, che i sacerdoti hanno chiesto a papa Francesco di non nominare, aleggia sulla visita del papa come un fantasma.

Il tabù rohingya

Secondo i dati UNHCR negli ultimi mesi sarebbero stati circa 600.000 fra uomini, donne e bambini appartenenti alla minoranza islamica del Myanmar, costretti a rifugiarsi in Bangladesh poiché perseguitati dalle forze militari ancora fortemente attive nel Paese. L’ONU ha poi rincarato la dose parlando esplicitamente di pulizia etnica. Una minoranza che in Myanmar non viene considerata come appartenente al Paese: per riferirsi a loro, gli abitanti usano il termine “bengalese” a porre ulteriore distanza. Il papa li aveva citati durante un’omelia chiamandoli “nostri fratelli” e proprio per questa sua attenzione l’arcivescovo Charles Maung Bo ha chiesto a Francesco di non nominare la questione per evitare interferenze nella politica di un Paese a maggioranza buddista.

Papa Francesco può essere il redentore delle colpe dell’Occidente?

Non parlarne esplicitamente non significa non parlarne del tutto. E così in uno dei suoi primi incontri in Myanmar, Francesco ha parlato del rispetto dei diritti umani per tutte le etnie, twittando sul profilo ufficiale, un messaggio al mondo: costruite una società inclusiva. Le critiche non sono mancate: c’è chi non concorda sulla scelta del momento di questo viaggio, chi a prescindere la meta e chi è rimasto deluso dall’atteggiamento finora mostrato dal papa. Ma la questione non andrebbe affrontata in modo diverso? Può il papa essere investito di una tale responsabilità? Qualora decidesse di esporsi, i circa 700.000 cattolici presenti nel Paese potrebbero subire discriminazioni religiose.

Ma l’Asia continua ad attrarre, con le sue ricchezze, con il suo fascino e anche con le violazioni dei diritti umani internazionali. Un flusso inarrestabile di interesse, soprattutto economico, contro cui il solo Francesco poco può. Puntare i riflettori, anche senza colpi di scena, però lascia aperti molti scenari alla comunità internazionale: forse il viaggio del pontefice vuole essere proprio da apripista verso una maggiore attenzione e consapevole presa di coscienza da parte della comunità internazionale.

 

Giulia Papapicco

Classe 1988, laurea in Lettere e via, a New York per un anno facendo indigestione di pancakes e sciroppo d'acero ma soprattutto avendo modo di conoscere culture nuove. Scrivo per passione da sempre perchè solo in questo modo riesco a vedere le cose come sono veramente.

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