Referendum Lombardo-Veneto: la lotta diventa politica

Hanno votato in cinque milioni: ieri per l'autonomia, l'anno prossimo per chi?

Con il referendum di ieri, cinque milioni di italiani si sono dichiarati a favore di una maggiore autonomia per il Veneto e la Lombardia (rispettivamente, tre e due milioni di persone). Autonomia: non indipendenza. Era esattamente questo il tenore dei quesiti, e meno male: con un tempismo straordinariamente infelice, le vicende catalane hanno fatto sì che tale termine ricevesse il colpo di grazia.

Ieri l’affluenza è stata alta, più del previsto, e in Veneto è stato ampiamente raggiunto il quorum necessario a rendere valida la votazione (con il 57,2% degli aventi diritto  che si è recato alle urne – in Lombardia invece è stato il 38,5%). Non si parli di indipendenza, dunque: quello che le due regioni hanno chiesto sono state “ulteriori forme e condizioni di autonomia”. Quesiti abbastanza vaghi, nella sostanza (d’altra parte, anche in questo caso definire significa limitare, ma perché limitarsi?), anche se gli ambiti di applicazione sono stati presto chiariti: tutti. Le due regioni rivendicano infatti maggiore autonomia nelle 20 competenze che per l’articolo 117 Cost. ricadono nell’ambito della legislazione concorrente tra Stato e regioni, e in tre (pace e giustizia, istruzione, tutela ambientale) disciplinate dall’articolo 116. Lo scopo? Essere in grado di trattenere più risorse da quelle derivanti dalle imposte locali. Il cosiddetto “residuo fiscale“, che il Veneto vorrebbe aumentato fino a 8 miliardi e la Lombardia a 24.

In realtà è tutto molto meno immediato di quanto si voglia far intendere. Nello specifico, la questione si intreccia con la riforma del Titolo V del 2001, che prevede un procedimento di perequazione fiscale a livello statale, operato attraverso le imposte locali provenienti da ciascuna regione e poi redistribuite a livello nazionale – in sostanza, esattamente ciò contro cui le regioni più abbienti d’Italia hanno avuto da ridire. Un passo indietro, sembrerebbe.

Dunque, ora cosa succede? Si va in Parlamento, forti di cinque milioni di italiani che hanno espresso il proprio parere. La faccenda sarà difficile da ignorare, insomma; ma quale maggioranza avrà il compito di far passare il progetto di riforma? Il tempo infatti stringe ed molto probabilmente (quasi di sicuro) le Camere che dovranno esaminarlo saranno quelle uscite fuori dalle elezioni del 2018. Ad oggi, i sondaggi danno un testa a testa tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico: entrambi partiti che, in Veneto e Lombardia (ma non solo) hanno strizzato l’occhio al referendum di ieri, lasciando però fare il lavoro sporco alla Lega moderata di Gianni Fava (coordinatore del partito in Lombardia) e Maroni. Non che Salvini non abbia accolto con entusiasmo la consultazione popolare: tuttavia, per il leader del Carroccio ripiegare su istanze prettamente regionalistiche, per di più padane, potrebbe rappresentare un’arma a doppio taglio. Non a caso, chiarire come il prossimo passo sia pensare al resto del Paese è stata la sua prima preoccupazione.

Che i cittadini usciti dalle urne ieri vi rientrino il prossimo inverno per mandare in Parlamento proprio chi ha fatto dell’autonomia una missione, dunque, potrebbe essere ora molto più probabile.

 

Liliana Farello

Aquilana, classe '93, attualmente studio Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma. Nel mio futuro mi piacerebbe vedere cosa c'è dall'altra parte del mondo, ci sto lavorando.

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