Sicilia: tra i due litiganti, Musumeci vince e sfiora il 40%

Come banco di prova per le elezioni del 2018, le regionali di ieri sono state una catastrofe: per la sinistra, ormai irrimediabilmente frantumata, e per i 5 stelle, che hanno dimostrato quanta strada resti ancora loro da fare

Che sinistra imbarazzante, quella che ieri ha perso in Sicilia. È stata in grado di accattorciarsi su se stessa in maniera così eclatante da lasciare campo libero a due forze, il Movimento 5 Stelle di Gianfranco Cancelleri e la coalizione di destra (Fratelli d’Italia, Noi con Salvini e Forza Italia) di Nello Musumeci, ha regalato loro un bacino di elettori (comunque pochi: come al solito, il partito più forte è stato quello dell’astensionismo) a cui sarebbe bastato un soffio di vento per convincersi a non votare gli altri due poli avversari.

Che Movimento 5 Stelle furbo. Cancelleri è stato in grado di raccogliere il 34,6% e l’entourage di Grillo di farlo passare come una vittoria. “Abbiamo doppiato gli altri partiti e siamo anche sopra la coalizione di centro sinistra e sinistra messe insieme”, tuona il secondo arrivato alle regionali siciliane dal Blog di Beppe Grillo. Come sempre, il punto di forza è proprio la compattezza, l’aver raccolto così tanti voti senza che fossero incanalati in una coalizione. Eppure dal Movimento ci si poteva aspettare molto di più, in Sicilia. La stessa isola infatti era stata il trampolino di lancio per il partito di Grillo, con le regionali del 2012: la prova del nove per tentare il salto di qualità a livello nazionale – e riuscirci.

Nel 2012 lo stesso Cancelleri aveva dovuto confrontarsi con un Partito Democratico unito (Crocetta vinse con il oltre il 30% di voti) e con una coalizione di destra ben più debole di ora. Il risultato, un 18, 2% straordinario per un movimento allora relativamente giovane, fu di poco inferiore a quello raggiunto ieri da Fabrizio Micari, candidato per il centrosinistra – centrosinistra che poco più di tre settimane fa ha festeggiato i suoi primi dieci anni.
Eppure a cinque anni di distanza ci si aspetterebbe un Movimento più maturo. Non che non vi sia stata una crescita: a capire che, per guadagnare terreno, sarebbe stato sufficiente restarsene a guardare la sinistra mettersi da sola i bastoni tra le ruote, ci è voluto poco. Se lo scopo finale fosse la vittoria elettorale fine a se stessa, o comunque un buon risultato, il Movimento 5 stelle potrebbe a ben ragione dirsi soddisfatto.

Ma lo scopo finale non è vincere: è governare. E guadagnare voti è solo il primo passo. L’exploit di ieri del Movimento è certamente notevole, dal punto di vista quantitativo; ma la maturità necessaria per convincere non si esaurisce nei numeri e lo scivolone in cui Di Maio è incappato, tirandosi indietro dal confronto con Matteo Renzi, lo ha dimostrato. D’altra parte, perché rischiare di mettere in pericolo un così bel risultato offrendo il fianco (un fianco particolarmente debole: il carisma non è mai stato il forte dei leader pentastellati) ad un nemico già miseramente sconfitto?

Evidentemente nessuno si aspettava l’entità della disfatta (un po’ sì, in realtà). Ma, appunto perché in cinque anni sarebbe stato bello assistere a una maturazione del M5s,  vedere il suo candidato premier ritirare il guanto della sfida da lui stesso lanciato non è stato affatto un bello spettacolo. Ieri il Movimento di Grillo ha dimostrato di poter conquistare i numeri necessari per vincere: forse però ancora non è convinto di poterli mantenere?

Eppure potrebbe esserci anche un’altra spiegazione alla mossa di Di Maio. Rifiutare il confronto con Renzi è stato un gesto forse poco nobile (ma, d’altra parte, a chi importa più della nobiltà: la scusa dell’antipolitica viene anche in questo caso in soccorso dei 5 stelle, al suon di “non siamo noi i più scorretti sulla piazza”), ma di sicuro ha raggiunto il suo scopo: delegittimare Renzi come leader del Pd.
Peccato per la goffaggine dei modi, soprattutto considerando che la questione della leadership a sinistra si era già aperta – per gli sviluppi che ne deriveranno aspettiamo la direzione del partito, convocata per lunedì 13).

Quanto a Musumeci, grande vincitore di ieri, c’è solo da congratularsi.
C’è da congratularsi con una destra che fino a qualche anno fa sembrava e invece è riuscita a mettere K.O. la sinistra prima, riconquistando sempre più terreno nelle più recenti comunali; e il Movimento 5 stelle ieri, superandolo con un distacco di oltre cinque punti percentuali lì dove sembrava essere più forte.
C’è da congratularsi con una destra che, più o meno in silenzio, è stata in grado di scendere a compromessi quando si è trattato di scrivere la legge elettorale e, con quel che è riuscita a guadagnare (le coalizioni “spacchettabili”) è riuscita a creare un modello a cui non manca nulla per risultare vincente.

Se il Movimento 5 stelle spostasse lo sguardo verso destra, scoprirebbe l’esempio di maturità politica di cui soffre così tanto la mancanza. E forse, a quel punto, a marzo 2018 si potrebbe parlare di ribaltone non solo a livello elettorale, quanto direttamente di sistema partitico.

Liliana Farello

Aquilana, classe '93, attualmente studio Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma. Nel mio futuro mi piacerebbe vedere cosa c'è dall'altra parte del mondo, ci sto lavorando.

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