Sicilian ghost story: al cinema per esorcizzare l’orrore della mafia

Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, emergenti registi siciliani, dopo il successo di critica nel 2013 con il film 'Salvo' tornano a Cannes per raccontare una storia orribile di mafia da una prospettiva del tutto nuova: quella della fiaba. Orchi, spettri, amore e mistero tra i fitti boschi di una Sicilia come non l'avete mai vista, dove la fantasia si fonde con la cronaca

I Fratelli Grimm incontrano Cosa Nostra

(Variety)

Così sono stati definiti, in onore del loro ultimo film Sicilian ghost story, i registi siciliani Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, i nuovi Fratelli Grimm del cinema italiano, un cinema che riscopre i generi, da lungo tempo abbandonati in favore di “una schizofrenia divisa tra cinema d’autore e commedia” (queste le parole rilasciate dai registi in un’intervista). In questa dicotomia s’impongono con la potenza del loro racconto i nuovi registri che rispolverano la tradizione del genere fantasy ad esempio (pensiamo anche al recente successo di Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti) in una chiave del tutto originale, come nella migliore tradizione italiana.

Credits photo: filmitalia.org

Quella di Sicilian ghost story è una favola nera che ricostruisce un noto quanto orribile fatto di cronaca, il sequestro e l’abominevole assassinio del ragazzino Giuseppe Di Matteo (sciolto nell’acido nel 1996), figlio di un noto mafioso locale siciliano, per mano di Cosa Nostra.

Giuseppe (Gaetano Fernandez) è infatti il nome del protagonista del film, insieme a Luna (Julia Jedlikowska), il cui nome scelto rimanda, non a caso, alla sua natura di sognatrice, d’altronde, il suo motto è «Se sogni una cosa significa che può esistere». La loro è una storia d’amore impossibile che nasce nei folti boschi dei Nebrodi siciliani, in un’atmosfera mitica che ricorda le vicende di Tristano e Isotta e del loro amore contrastato, destinato a infelice sorte e nato proprio sotto le fronde dei alberi, custodi del loro segreto. E se nella vicenda dei due antichi eroi viene scelto un ramo di nocciolo a cui era strettamente avvinghiato un caprifoglio come simbolo del loro amore (attraverso due piante che, non solo devono vivere necessariamente unite l’una all’altra ma che, una volta separate, sono destinate ad una morte immediata) il pegno d’amore dei due giovani eroi protagonisti del film diviene invece una lettera data da Luna a Giuseppe.

Nell’era del digitale e delle parole atrofizzate viene riscoperto il valore, ormai quasi fiabesco, della lettera d’amore, grazie alla personalità poetica e romantica, nel senso più puro del termine, della giovane protagonista femminile, dotata di straordinario talento artistico (una grafomane, oseremmo dire) perché scrive molto e disegna, ovunque, persino sui muri della sua stanzetta, come in una sorta di ritorno al primitivo e al primordiale dell’uomo. Ma in quanto romantica, per antonomasia, Luna è un’idealista, che crede nel valore dell’amore, della lealtà e della giustizia, vane chimere nella realtà che la circonda. Questa mancata corrispondenza ai suoi ideali genera in lei una reazione ribelle (di cui, ad esempio, diviene emblematico gesto il dipingersi i capelli di blu). Luna è un’eroina lasciata da sola a combattere l’incantesimo che costringe tutti al silenzio: l’omertà, un muro invalicabile che le impedisce, sia in famiglia che nelle istituzioni, come la scuola, di rinvenire la verità sulla scomparsa di Giuseppe, senza il quale “non riesce più a a vivere” dichiara, rapita dalla straordinaria tragicità del primo grande amore. Attorno a lei, spettri di uomini senza più sostanza, evanescenti figure mute, come quella della stessa madre di Giuseppe, o austere matrigne, come la sua stessa madre. Fantasmi insieme ai carnefici, volutamente “senza identità” (come da simbolica scelta dei registi) che divengono orchi malvagi, mentre la Natura muta seguendo le stagioni del loro amore, dalla benevolenza materna iniziale, all’ostilità oscura e arida finale.

Credits photo: vocidicitta.it

 

“Volevamo raccontare una storia di per se inenarrabile” 

(Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, intervista durante la presentazione del film al Festival di Cannes 2017)

Questa la grande sfida sposata dai due registi di Sicilian ghost story, coscienti dell’impresa non semplice, per l’efferatezza di quell’omicidio crudele, di trasporre una materia tale ad una versione più leggera, intesa alla maniera di Calvino, che non è sinonimo di superficialità ma della capacita di saper planare sopra le cose senza farsi trascinare o inghiottire nel loro abisso e così, da una prospettiva “lontana” di distacco, coglierne l’essenza.

In un mondo che si è assuefatto alla cronaca del male, riscopriamo la sensibilità della fantasia come baluardo di difesa. E lo stesso Calvino, senza voler necessariamente citare i fratelli Grimm, aveva, in tempi più recenti, sperimentato una narrazione di cronaca attraverso il filtro della fantasia ne Il sentiero dei nidi di ragno (1947) straordinario romanzo sulla Resistenza italiana che mescola ai fatti reali la fiabesca vicenda di Pin, il protagonista, e le sue surreali avventure tra boschi e giganti partigiani. Anche Roberto Benigni, con il film premio oscar La vita è bella (1997), ha saputo esorcizzare l’orrore dei lager nazisti attraverso il gioco, dando vita ad un capolavoro.

Credits photo: mymovies.it

In una società sempre più disumana e barbara, l’arte, la letteratura e la scrittura ci salvano, questo il messaggio suggerito dai due registi siciliani attraverso la figura simbolica di Luna. Tale intento ci ricorda anche il film L’attimo fuggente (1989) nelle famose parole del professore John Keating (Robin Williams) ai suoi studenti:

Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana, e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento, ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita.

Così in una Sicilia lontana dalle coste, fatta di boschi, laghi e profondi silenzi, magica come un regno fatato, sembrano risuonare le parole del nostro Leopardi che ammoniva l’uomo moderno per aver perso la sua capacità di sentire e immaginare. Quella capacità di pensare per immagini, propria degli antichi, dei bambini, dei poeti e di nuovi emergenti registi, diremo noi adesso, con i piedi ben saldi nella storia e nella volontà di narrare la verità ma gli occhi capaci ancora di guardare verso il cielo, dentro le nuvole.

In fondo, come sosteneva il grande Leonardo Sciascia: «La Sicilia è tutta una dimensione fantastica. Come ci si può stare dentro senza fantasia?».

Sara Fiore

Sara Fiore, siciliana, studentessa universitaria in lettere moderne, classe 1994. Bibliofila, cinefila, letterata, scrittrice in erba passionale come la mia terra. Le parole sono il mio super potere! #thinkcreative

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