Sveglia, domenica c’è il derby

Una città che vive di calcio e che per 90 minuti dimentica la propria identità, in perenne tensione tra due sponde del Tevere

Roma è una città che non dorme mai. Perennemente in bilico tra una polemica e un pallone che rotola, costantemente in tensione per una manifestazione. Soavemente cullata dal suono di mille campane che rintoccano a festa in qualche rione. Una dinamo che si alimenta ruotando su se stessa, che urla nel traffico del Raccordo e che tenta incessantemente di non cadere in una buca.

Roma non sta mai zitta, parlano i nasoni, i sampietrini, i monumenti ed ogni panchina del Pincio. Tante sono le storie: 72.698, almeno. Tante quanti sono i seggiolini dello Stadio Olimpico. Roma è una città che non dorme mai, che non stai mai zitta, fatta eccezione per 180 minuti divisi un due round da 90 nell’arco di una stagione. Quando poi si è particolarmente fortunati, come quest’anno, i minuti si raddoppiano.

Un’atmosfera irreale, un silenzio poi che arriva irruento e provoca nausea. Una città tenuta in bilico lungo due sponde del Tevere. Quando il derby è alle porte te ne accorgi, te ne rendi conto perché spariscono le bandiere, il Corriere dello Sport nei bar diventa un santino e il caos quasi fumettistico alla quale si era abituati si ovatta. Nella orecchie invece delle campane rintoccano esclusivamente i nomi dei giocatori e degli eventi che hanno segnato una città: Chinaglia sotto la Sud, il 5-1 con le quattro reti di Montella, il 26 maggio e il goal di Lulic. Lo scudetto scucito, Francesco Totti e l’amore incondizionato per una partita che vale molto più dei 3 punti in Serie A.

La settimana antecedente al derby è un continuo viavai di notizie, di corsa frenetica alle probabili formazioni, di ricordi e di padri di famiglia indecisi sul portare o meno il proprio figlio allo stadio. Il derby è un battesimo importante e per ogni padre con la sciarpa al collo, mediamente, c’è una madre che ha paura. Una partita di pallone purtroppo è anche questo – tanto anche se ti dico di no ci vai lo stesso, ma stai attento – ce lo siamo sentiti dire tutti.

Poi di colpo, silenzio. Si gelano i sentimenti. Si sfoggia tutta la scaramanzia possibile e si dividono intere famiglie. Io ho chiuso mia madre a chiave fuori dal salone durante la finale di Coppa Italia del 2013, per dire. Colpevole lei solamente di aver chiesto “quanto state?“.

Per strada non vedi nessuno, il momento ideale per andare a fare la spesa l’hanno definito. Non senti niente, aspetti incessantemente che succeda qualcosa. Poi, forse, un goal. E comincia la festa. Giusto il tempo di esultare che ricomincia il rituale, 90 minuti sono lunghi e la beffa è dietro l’angolo.

Tutta la bolgia si concentra allo stadio, due tifoserie che negli anni hanno fatto scuola con coreografie finite sui giornali. Con goliardia e un’organizzazione degna delle migliori agenzie di eventi. Roma è una città che non sta mai zitta, che non dorme mai. Che mette la sveglia il giorno del derby per riuscire a sentirne il silenzio.

Sveglia, domenica c’è il derby.

Tommaso Calascibetta

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