Terremoto: è finito lo spazio per le giustificazioni

Di chi è la colpa se a crollare sono case abusive? Del cittadino che le ha costruite, o del governo che ha fatto e continua a far finta di non vedere?

Ho pensato a lungo prima di scrivere su quest’ultimo terremoto. Ci ho pensato a lungo proprio perché ormai se ne parla in termini di “l’ultimo”: come se in Italia fosse un appuntamento fisso quello con un terremoto all’anno, una serie di alluvioni ogni autunno, gli incendi d’estate. Non c’è italiano che, nel corso della propria vita, possa dire di non esser stato toccato (in prima o per interposta persona) da una delle varie calamità naturali cui il nostro territorio è così infelicemente esposto. E così ognuno si sente in diritto di dire la propria, forte del “ci sono passato anche io, dalle mie parti abbiamo reagito in questo modo, so di cosa sto parlando”.

A chi vi scrive è toccato il terremoto dell’Aquila, nel 2009. Da allora ho vissuto ogni alluvione, terremoto o altra calamità naturale avvenuta ora al sud, ora al nord, ora al centro di questo Paese con gli occhi colmi di risentimento verso chi costruisce al risparmio (ma chi, poi? Il governo che appalta al miglior offerente, il proprietario che spera in un condono?) e la bocca ammutolita dalla costernazione. Oggi, a un anno dalla prima scossa del terremoto in centro Italia, a tre giorni da quello di Ischia e a otto anni e quattro mesi e 19 giorni da quello dell’Aquila (no, contare gli anniversari non serve a niente, soprattutto quando lo sfacelo ce l’hai davanti agli occhi ogni giorno: tutt’al più è solo un’utile convenzione), posso però scrivere.

E non perché ne abbia voglia – tutt’altro. Ma, durante la mia carriera universitaria, ho studiato abbastanza storia da poter ormai evitare l’errore più comune che chiunque si avvicini alla materia è portato a fare: leggere gli avvenimenti del passato con gli occhi di chi vive nel presente. È un errore, perché rende invisibili le cause di comportamenti, decisioni, scelte che oggi appaiono chiaramente senza senso, ma che al tempo sembravano averne.

Come ad esempio quella di edificare su un territorio sismico. Non ha senso: ma cosa ne sapevano i romani che cominciarono a tirar su Amatrice arrivando dalla Salaria, o i sabini che cinque secoli prima di Cristo davano vita a Norcia, o i greci che sbarcando a Forio si insediarono a Ischia, o i feudatari che a metà XIII secolo fondarono L’Aquila, o i signorotti di Mirandola. E infatti che a crollare siano edifici dei centri storici chiaramente non stupisce.

Secoli dopo arrivano però le normative antisismiche (era il 1974) e il territorio italiano viene suddiviso in (perfettibili) categorie sismiche a seconda della zona (1981). Niente più scuse, dunque: rispetto a antichi greci, sabini e romani e dopo molti altri terremoti, ormai il livello di conoscenza tecnica per costruire edifici che non crollino è alla nostra portata.
Ma sarebbe ingenuo non considerare il contesto storico in questione. Gli scempi degli anni Sessanta sono un fatto, gli abusi degli anni Ottanta idem. E se, negli anni del boom, l’espansione urbana ha cavalcato l’onda d’oro di un benessere che non è mai più tornato – senza andare dunque troppo sul sottile quando si trattava di far colare cemento, spesso senza criteri -, gli anni Ottanta sono stati quelli della scelleratezza, in cui tutto era concesso: tanto poi sarebbe arrivato il condono.

E allora non c’è da stupirsi se al proprietario dell’immobile crollato sui tre fratellini (ormai simbolo del terremoto di Ischia) come prima mossa viene in mente di dichiarare, in un’esclusiva a Repubblica, “quel piano in più era abusivo, ma avevamo chiesto il condono”. Non c’è da stupirsi perché costruire in maniera abusiva negli anni Ottanta era considerato perfettamente normale. Illegale, certo: ma “tanto poi arriva il condono”. E se, da una parte, “l’occasione fa l’uomo ladro”, la realtà è anche che l’amministrazione pubblica era voltata dall’altro lato. Non che sia una giustificazione. Ma la realtà è che ogni singolo edificio va considerato come figlio del periodo in cui è stato costruito e della politica che tali costruzioni ha permesso – muovendosi nell’illegalità, all’occorrenza. Tanto peggio: vuol dire che, quando i danni di tali illegalità verranno fuori, non ci sarà giustificazione che tenga.

Eppure non è vero che il nostro Paese impara la lezione solo dopo una tragedia: non più degli altri, per lo meno. I terremoti per cui il Giappone è diventato ormai il solito (ed efficace) metro di paragone hanno continuato a mietere vittime nell’ordine di migliaia ancora fino alla metà del secolo scorso: in quasi settant’anni, però, la stessa nazione è diventata l’esempio per ogni altra ad elevato rischio sismico. Un’evoluzione del genere non può essere condotta da tanti singoli, ognuno al lavoro per il proprio interesse: c’è bisogno di una guida, di criteri. C’è bisogno, insomma, di uno Stato che sia in grado di far rispettare le leggi che regolano l’attività edilizia su un territorio in cui chiudere un occhio, anche solo per una volta, può essere fatale.

In Italia, al contrario, dagli anni Settanta in poi è stato un continuo stringere e allentare la presa sulle normative in questione, in corrispondenza dei terremoti che si sono succeduti dal allora. Fino ad arrivare, con un tempismo quanto mai sfortunato, alle ultime dichiarazioni in seno al Movimento 5 Stelle in Sicilia riguardo l’abusivismo: ovvero un allentare la presa, da parte dello Stato, nella maniera peggiore che un Paese come l’Italia possa mai considerare… A meno di non volersi ritrovare a raccogliere cocci (o, peggio, a piangere ancora altre vittime) di quanto è stato permesso di costruire senza criterio, mentre lo Stato continuava a far finta di non vedere.

Lo sbocco di una politica simile si è visto proprio ad Ischia, nel 2010: prima si rende possibile costruire in maniera abusiva; per poi cercare di intervenire scontrandosi con chi nel frattempo è arrivato a considerare il frutto di quella illegalità (di fatto tollerata) alla stregua di un diritto. Ed ecco che, tra gli altri comuni anche proprio a Casamicciola, gli abitanti di immobili abusivi si sono ritrovati a difendere con il proprio corpo le ruspe che tentavano di radere al suolo abitazioni del tutto abusive.

Non rispettare le leggi è e resta un atto ingiustificabile. Non solo: ormai anche a Ischia, come nel resto d’Italia, è chiaro che sia anche un atto folle. La comprensione per chi, dopo non averle rispettate, si è ritrovato a un passo dalla morte, lasciatela pure a chi riesce ad immedesimarsi nelle persone a cui è andata male: di certo non è dovuta.
Ma un governo che non è in grado di far rispettare le leggi, perché non vuole farlo, è altrettanto ingiustificabile.

Liliana Farello

Aquilana, classe '93, attualmente studio Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma. Nel mio futuro mi piacerebbe vedere cosa c'è dall'altra parte del mondo, ci sto lavorando.

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